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BARRY LINDON

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BARRY LINDON

Regia: Stanley Kubrick

Interpreti: Ryan O’Neal, Marisa Berenson, Patrick McGee, Hardy Kruger, Gay Hamilton

GB 1975

Semplicemente un capolavoro. Tratto dal romanzo di William M. Thackeray (1856) racconta le vicissitudini di un giovane irlandese del Settecento: l’idealismo amoroso, l’esercito e la guerra, la vita da spia e poi da giocatore, l’ascesa sociale e la caduta rovinosa. È la storia di un vinto, un antieroe, che ricorda certe figure del cinema di Sam Peckinpah. Kubrick gli assomiglia, non nel modo di fare cinema, quanto più per la sua visione intellettuale della vita, continuamente esposta al pericolo della sconfitta. Kubrick l’ha raccontata spesso (Rapina a mano armata, Orizzonti di Gloria, Full Metal Jacket). In genere se ne tiene a distanza e in Barry Lindon la macchina da presa di Jhon Alcott inquadra algida e fredda, con lunghissimi e lenti zoom. Gli interni (originali dell’epoca) sono illuminati dalla sola luce delle candele, grazie a obiettivi ipersensibili scoperti proprio da Kubrick: pare che alcuni venissero da uno Sputnick che aveva orbitato attorno alla Terra. L’effetto è quello di un’incredibile fotografia scattata quando la “fotografia” non esisteva. Si avverte un senso di sospensione, il peso della polvere, una vertigine temporale. Si sfiora la pittura ma non c’è formalismo. Quattro Oscar su sette candidature: fotografia, costumi, scene e musiche adattate da Leonard Rosenman (tra cui Bach, Haendel, Mozart, Paisiello).

 

Fabrizio Livigni