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Carnage: il dio dei massacri e i suoi sudditi

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Al cinema Carnage, ultimo lavoro di Roman Polanski, riadattamento cinematografico dellopera teatrale di Yasmina Reza


Due undicenni newyorkesi, in seguito a un diverbio, si picchiano in un normale pomeriggio al parco. Uno dei due torna a casa con gli incisivi rotti e le labbra tumefatte. Nell’intento di chiarire la questione i genitori della vittima, Penelope e Michael (rispettivamente Jodie Foster e John C. Reilly), invitano a casa Nancy e Alan (Kate Winslet e Christoph Waltz) , genitori del “bullo”.
Inizia così la storia che Roman Polanski racconta riprendendo la piece teatrale di Yasmina Reza,  “Le Dieu du Carnage”, Il dio del massacro.

Le due coppie, entrambe benestanti, iniziano un confronto dialettico che sfuggirà totalmente al loro controllo. Penelope, acida perbenista scrittrice di libri sull’Africa, tenta di risolvere il conflitto a colpi di etica e di buona morale. Ma il cinico avvocato Alan Cowan, padre del bambino teppista, porta tutti sull’orlo dell’abisso quando dichiara di credere senza alcuna reticenza al dio del massacro, vero e invisibile protagonista di questa storia.
I quattro coniugi, spogliati dei loro oggetti più cari che per motivi bizzarri si ritrovano a perdere, si scontrano con la sconfitta dei loro schemi precostituiti, si rivelano esseri bestiali, fragili, insofferenti, confusi, e lasciano intravedere la presenza di un sotteso esistenzialismo post moderno che affligge l’umanità, specialmente quella occidentale ed appartenente ad una certa classe sociale.

Con tutte le caratteristiche della black commedy, Polanski ritorna alle ispirazioni di Buñuel e di Hitchock, intrappolando i suoi personaggi, sia come individui sia come coppie, in una via senza uscita, come già aveva sperimentato in “Cul de Sac”, o ne “La Morte e la Fanciulla”.
Il lungometraggio è infatti interamente ambientato in un elegante appartamento di Brooklyn, che la coppia ospite tenta spesso di abbandonare, salvo poi riaccomodarsi in salotto per un altro caffè, ed un ulteriore chiarimento.
Il senso di claustrofobia aumenta esponenzialmente divenendo simulacro di una condizione umana grottesca, pateticamente falsa, frutto di un inutile soffocamento delle pulsioni più naturali.
Nella commedia non c’è spazio per il riscatto pirandelliano. Non ci sono reti di sicurezza e i protagonisti cadono ma senza spezzare quei fili che li legano a un burattinaio mostruoso.

Aiutati da una bottiglia di ottimo whisky le due coppie si ritrovano un sorriso amaro disegnato sul volto e annegano nell’uccisione dei loro isterici ruoli sociali. Il ritmo incalzante, cucito su un crescendum di tensione e di ironia, rende invisibili i movimenti della macchina da presa, ridotti al minimo dal regista che ha sapientemente diretto quattro attori più che appropriati. Impossibile non amare il tocco del grande cinema che dopo cinque anni di assenza, Polanski torna a regalarci.

Flavia Cappadocia

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