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Sacro GRA

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sacrogra

Il documentario, vincitore del Leone d’Oro all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, scompone, stravolge e rivoluziona i canoni del genere.

Opera di sofisticato ingegno che ipnotizza lo spettatore davanti lo schermo, inebetito da una domanda romana, genuina e sconfortante come solo il “nostro” GRA sa essere: “Ma ‘sta robba che vor di’?”. Perché, francamente, tutti i mistici e visionari significati che la pellicola intende trasmettere non sfiorano minimamente l’intelletto di chi, anzi, percepisce il suo senso del gusto svilito dall’incenso fatto colare sul lavoro di Gianfranco Rosi dalla “intellighenzia” cinematografica veneziana. Il quesito, ancor più inquietante, che balena nella testa diventa allora: perché loro l’hanno capito e io no? È colpa del mio appiattimento o è semplicemente la critica “ufficiale” che ha completamente perso il senso della realtà? Qualcuno ben più saggio del sottoscritto risponderebbe: “La seconda che hai detto”. E allora sfoghiamoci e liberiamo su carta stampata i nostri pensieri più reconditi: “Sacro GRA” è un confuso collage di personaggi, dialoghi e situazioni; è un assurdo tentativo di raccontare la pajata usando il caviale; è una banale riflessione su un disagio così profondo che non può essere raccontato semplicemente ammiccando con qualche inquadratura sugli ecomostri della periferia; è, soprattutto, la definitiva affermazione di un cinema italiano “di qualità” che rifiuta e ripudia lo spettatore medio, scegliendo, come si faceva a scuola, di educare solo i più “bravi” e lasciare allo sbando (e a Moccia) tutti gli altri.

Regia: Gianfranco Rosi
(ITA 2013)

Simone Dell’Unto

 

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