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Terraferma. L’Italia lontana

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L’ultimo film di Crialese ci regala immagini splendide che raccontano un tema amaro nel nostro Paese: quello dell’immigrazione clandestina.

In una divisione tra passato e presente, leggi morali e leggi italiane la storia va dritta allo stomaco, dribblando banalità e moralismo.

E’ il mare siculo, il blu profondo del mare aperto che fa da sfondo al lungometraggio di Crialese, primo film italiano in corcorso al Festival di Venezia. Nell’ipnotico ondeggiare di un vecchio peschereccio, si narra la storia di una famiglia di pescatori di una piccola isola, la cui staticità viene ferita dagli sbarchi clandestini. E’ così che una famiglia in crisi tra una vecchia tradizione fatta di pesca ormai non più redditizia e un presente fatto di mercificazione naturale e culturale, nasconde una giovane donna etiope con due bambini.

Tutti protagonisti del film, da Filippo, ragazzo isolano che dopo la morte di suo padre continua a pescare con suo nonno, suo zio materno, pronto a inventare qualsiasi cosa per accaparrarsi i turisti, la madre di Filippo, che non vuole abbandonare l’idea di un futuro nuovo lontani dall’isola, il nonno, vecchio pescatore che sin da bambino vive secondo le leggi morali che il mare gli ha insegnato, e Sara, donna l’etiope superstite dopo un viaggio di due anni segnato dalla sofferenza e dagli abusi, si trovano ad affrontare un profondo turbamento che segnerà per sempre le loro vite.

Il protagonista Filippo, ventenne tormentato da una nuova realtà che non aveva mai considerato e la scoperta di una sessualità repressa, dopo un misterioso bagno notturno carico di orrore, inizia il suo percorso e si trova a prendere decisioni cruciali in poco tempo, oltrepassando quella zona grigia che separa l’adolescenza dal mondo adulto

Ma il film non si incaglia in un racconto patinato manicheisticamente ordinato tra buoni e cattivi. La regia sceglie un punto di vista endemico, la famiglia siciliana per l’appunto, e ci fa vedere attraverso tre generazioni un’ interpretazione del mondo e della realtà a noi lontane. Mai banale, mai pesante, la storia segue un ritmo brillante e sorprende il pubblico con numerosi inversioni di rotta, e scene subacquee che accarezzano i fondali sui toni di una penetrante colonna sonora. Efficace anche la rappresentazione dell’instacabile ricerca di una falsa autenticità da parte dei turisti, dipinti come cechi fruitori dei luoghi, di aperitivi in spiaggia e gite in barca a tutto volume per fare un bagno a largo.

Ed è allora che l’isola si sdoppia, frammentandosi nelle identità che le vengono attribuite: terra natia da cui si deve emigrare per alcuni, momento di distrazione, relax e cartoline per altri, terra promessa avvistata da lontano per i migranti.

La storia mostra diverse fratture, non ultima quella interna alla stessa comunità di pescatori, quando discutono insieme del cambiamento della pesca stessa e dell’arrivo dei migranti che richiedono soccorso nel mare, un soccorso che però non sempre può essere loro offerto.
Il dialetto restituisce un mondo reale, dove l’Italia è un posto lontano, quella che il nonno di Filippo chiama terraferma, dove si rimane inermi nella contemplazione di un esercito di apolidi che cercano di raggiungere l’Europa.

Le immagini spesso oniriche di Crialese levigano nell’animo una nuova sensazione, quella di poter cogliere letture diverse, uno sguardo intelligente su una vicenda dolorosa e difficile da affrontare.
Il mare, indiscusso protagonista, porta lo spettatore in un mondo sommerso da cui si può osservare tutto: l’ottusità, la bellezza e i turbamenti dell’uomo, la possibilità di trasformazione, e forse l’azzurro e la luce di un futuro diverso.

Flavia Cappadocia