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VIDEOCRACY: BASTA APPARIRE

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videocracy

E’ arrivato nelle sale il documentario che tutti hanno cercato di nascondere. Con le immagini racconta la “rivoluzione culturale” dell’Italia degli ultimi trent’anni.
Mediaset e Rai, come negli ultimi tempi accade spesso, avevano fatto la stessa scelta, quella di non trasmettere il trailer del film-documentario di Erik Gandini, allineando le funzioni della tv di Stato agli interessi particolari delle emittenti commerciali private.

Attorno alla pellicola realizzata dal regista italiano trapiantato in Svezia però, ancora una volta provvidenzialmente, il web e i canali di informazione alternativa che ormai pullulano in rete, hanno contribuito a generare curiosità e un dibattito che già prima dell’uscita del film nelle sale ha animato blog, forum, giornali on line e siti internet.
Videocracy, vale la pena ricordarlo, ha di italiano solo la regia e il soggetto. Dal direttore della fotografia fino alla produzione i professionisti che hanno collaborato sono tutti svedesi, e tra i finanziatori vale lo stesso discorso. L’unico italiano che ha avuto il coraggio o semplicemente l’intelligenza di diffonderlo sulla nostra penisola è stato Domenico Procacci. La sua Fandango infatti si è occupata della distribuzione nelle sale italiane. Una distribuzione che non è stata molto impegnativa tra l’altro, visto che nell’intera nazione solo 72 sale hanno scelto di proiettare il film, con la Valle d’Aosta, il Molise, la Basilicata e la Calabria che addirittura non hanno nessun cinema che abbia acquistato la pellicola. Un film ideato e girato da un italiano, che parla dell’Italia ma che non riesce nemmeno ad essere diffuso in tutto il Paese e che viene messo da parte anche dalla mostra di Venezia, dove, sgomitando sul red carpet tra un Gorge Clooney e una Eva Mendes è riuscito a malapena a guadagnarsi una proiezione nell’evento speciale della settimana internazionale della critica e delle giornate degli autori. Anche qui, trattamento di riguardo. Mentre altri film svedesi avevano a disposizione sale da 400 posti per la proiezione per la stampa, Videocracy ha ricevuto uno spazio con 48 posti, poi ridotti a 20. Motivi di sicurezza.
Passiamo al sodo, ai contenuti. Il documentario segue lo sviluppo della televisione italiana nell’ultimo trentennio di trasmissioni, da quando cioè, oltre alle reti di stato sui televisori hanno iniziato a trasmettere anche emittenti private e commerciali, regionali e poi nazionali, come è stato per Mediaset. Il racconto di quella che la voce narrante dello stesso regista definisce “rivoluzione culturale” si articola attorno a quattro “protagonisti secondari” si potrebbe dire, quattro facce di un prisma che nasconde molte altre superfici. La vera attrice prima resta la televisione italiana. I suoi effetti vengono presentati e indagati con tocco leggero, non alla maniera di un reporter d’assalto ma come un narratore per immagini farebbe, lasciando al visivo tutto il potenziale espressivo, senza toni di accusa o di investigazione (il regista lo aveva detto: “Molti che si aspettano un film d’attacco o inchiesta dovranno ricredersi”). Attraverso un moto “ascensionale” si parte da Riccardo, giovane operaio bresciano che da anni coltiva il suo sogno più grande, sfondare in televisione, perché, come dice lui “la forza della televisione è che verrai sempre ricordato, stai dieci gradi in su”. Si passa a Lele Mora, un burattinaio esemplare della “scatola magica”, poi a Fabrizio Corona, suo discepolo e innovatore assoluto della specie, il “Robin Hood moderno, che prende ai ricchi per dare a se stesso”, uno sciacallo assetato di denaro e fiero di esserlo come Mora si dice fiero del suo culto nei confronti del fascismo, confezionato in file video sul suo telefonino. Si arriva poi al vertice della piramide, Silvio Berlusconi, l’imprenditore che ha imposto un nuovo modo di fare spettacolo e informazione attraverso le tre reti Mediaset, costruendo un modello di televisione incentrato sulle sue passioni e che riflette i lati molteplici della sua personalità. Un modello, la videocrazia appunto, che ha portato la televisione, che come ricorda la didascalia finale, è la fonte principale di informazione dell’80% degli italiani, a diventare la dominatrice assoluta del gusto italiano e delle ambizioni di giovani e anziani. Dal talk show sboccato e irriverente  alla sfrontata esibizione di un corpo femminile sempre più svilito e usato come mezzo di audience fino all’attenta gestione del palinsesto delle reti private per rilanciare in continuazione la figura dell’imprenditore, che nel frattempo è diventato Presidente del Consiglio, si delinea il ritratto di un sistema televisivo basato su una logica esclusivamente commerciale, affaristica, in cui, com’è tradizione nel Belpaese, solo una rete di relazioni con uomini che contano può assicurare notorietà e un potere inattaccabile. “Televisione e potere sono la stessa cosa”. Così sentenzia Lele Mora nell’intervista dalla sua “casa bianca”, forse il luogo simbolo di quel sistema di relazioni, da cui partono tronisti, a cui arrivano protagonisti di reality, tutti con lo stessa sete di popolarità, con la necessità  di farsi vedere, comparire, apparire. Lele Mora dice di essere diventato il principale agente televisivo italiano grazie alla conoscenza di Silvio Berlusconi, Fabrizio Corona deve a Lele Mora la sua esplosione mediatica, è lui che lo ha indottrinato, coltivando un talento che poi gli è sfuggito dalle mani, un talento, è il caso di dirlo, eversivo (interessante a tal proposito anche la dinamica di preparazione e rilancio del “prodotto umano Corona” in occasione della sua condanna per estorsione e della conseguente reclusione, che il Robin Hood descrive come un progetto di marketing curato nei minimi dettagli, dal libro, alla canzone alla linea di abbigliamento). L’unico a rimanere fuori dal circuito è proprio Riccardo, la sintesi italiana tra Ricky Martin e Jean-Claude Van Damme, che non conosce nessuno e tra decine di provini, l’unico momento di gloria lo ha gustato con i suoi cinque minuti di popolarità ad X Factor, sbeffeggiato in pubblica piazza per il suo dubbio talento canoro.
Quello che accomuna questi quattro personaggi è un culto smodato della propria persona, una mania di onnipotenza che molte volte ha come suo principale effetto un maschilismo bieco. Del Presidente del Consiglio e della sua concezione delle donne se n’è parlato tanto ultimamente, l’uso strumentale delle ragazze, le promesse e i regalini, il machismo da seduttore latino attempato, ma in Videocracy vediamo di più. Corona che filma il suo divorzio con una telecamera nascosta e vende il filmato al tg 5, i provini de “le veline” in cui il selezionatore come ad una mostra canina impartisce comandi alle aspiranti show-girl del futuro, e l’operaio (sempre Riccardo) che sostiene che per le donne sia tutto più facile, che “loro la possono dare”. “Io cosa do? Non lo darò mai, forse lo darò solo se mi fanno fare un film da protagonista”.
Questa è l’essenza sempre più radicata di un popolo che ogni anno acquista 120 milioni di copie di riviste di gossip, di intere generazioni cresciute con questo modello unico di televisione e che, da nativi di internet come si dice oggi, non riescono a salvarsi dalle illusioni e dalle seduzioni dello schermo televisivo. La voce di Gandini accompagna tutto il film e ci ricorda cosa è accaduto e continua ad accadere ogni giorno sotto i nostri occhi, assuefatti e anche narcotizzati, svelando ipocrisie profonde e radicate dimostrando, se ce ne fosse stato bisogno, che per fare carriera a certi livelli e in certi ambiti, bisogna sporcarsi le mani. Corona, definendo Berlusconi “un modello per tutti gli imprenditori” aggiunge anche “se hai un fine, uno scopo, devi fare cose che non puoi” e d’altra parte Lele Mora ribadisce: “Diventar popolare lo diventa chiunque. Basta apparire”. Questi i due poli tra cui è rinchiusa la televisione italiana, da un lato un dilettantismo strisciante che si serve di legami a doppio filo con persone poco raccomandabili, una sbalorditiva assenza di competenze e cultura che trova puntuale espressione in tutte le ore del palinsesto e dall’altro la convinzione radicata di doversi ridurre a contenitori vuoti, bellocci scolpiti a forza di steroidi o procaci ragazze disposte ad esibirsi in un circo voyeuristico, tutti protesi verso il raggiungimento di un successo illusorio, con un patologico bisogno di essere famosi. Le conseguenze inevitabili di un “sistema” di questo tipo le vediamo ogni giorno, sono l’omologazione indiscriminata di intere generazioni, l’abbassamento radicale e generalizzato della cultura “ufficiale” e di quella “popolare”, la coagulazione forzata dell’interesse del pubblico attorno a pochi eventi mediatici, di poca importanza, che non aggiungono nulla alle conoscenze di qualsiasi italiano e lo abituano anzi a non volere di più.
Alla fine del documentario in sala non partono applausi e non ci sono commenti, Videocracy genera in tutti l’aspettativa di un happy ending. Ma non c’è, le luci si accendono e ognuno si ritrova a pensare che in un modo o nell’altro si è coinvolti in questo gioco perverso, non come attori ma come destinatari il più delle volte che, consapevoli del fatto che niente di diverso viene offerto, si accontentano di lasciare accesa la scatola magica sul primo reality o sul programma rissoso di turno. Era inevitabile che Videocracy  andasse incontro a un destino di censure ed esclusioni dal circuito televisivo più seguito, perché parla della vera Italia e sappiamo che in questo paese la verità tende ad essere occultata, nascosta o negata (un’altra illuminante didascalia ricorda che siamo al 73° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa), parla dei suoi segreti loschi, che paradossalmente vengono esibiti come trofei, e lo fa additando solo alcuni dei responsabili, come se fosse il primo capitolo di una  ricerca attenta da continuare, da addetti al settore e da ogni cittadino, un individuo umano, pensante e non ridotto alla sola forma di “spettatore”. E’ inevitabile coltivare l’utopistica speranza di un miglioramento qualitativo della nostra televisione, della sua emancipazione dalla dipendenza a singoli individui dotati di uno strapotere immeritato o da piattaforme in lotta tra loro per vincere la battaglia dell’auditel. E l’happy ending, se così si può definire, si fa largo e si materializza in quel sottotitolo del film, trasformandolo in un’esortazione a mettere da parte la videocrazia, un imperativo di chi è convinto di poter e dover avere di meglio di questa televisione: basta apparire!

 

Stefano Cangiano
Urloweb.com