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Festival internazionale di giornalismo di Perugia: grandi nomi, grandi tematiche

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Anche quest’anno Perugia è stata teatro del festival internazionale di giornalismo, giunto alla sua quarta edizione. Gli eventi sono stati tantissimi, tavole rotonde, incontri-dibattito, seminari, interviste, presentazioni di libri, reading, mostre, serate teatrali, tavoli di discussione sulla professione giornalistica, sulle sue prospettive. Un pubblico prettamente giovane e un’organizzazione altrettanto fresca, per un appuntamento stimolante e partecipato, nella splendida cornice umbra. Al Teatro Pavone sabato pomeriggio, penultimo giorno della kermesse, uno degli appuntamenti più attesi: mafia, politica, economia criminale. L’assenza di Ingroia e Ranucci, non ha scoraggiato i presenti Ruotolo, Annozero, Lo Bello, presidente della Confindustria Sicilia, Biondo, Unità, e Barbacetto, Repubblica, che hanno offerto un’analisi lucida, brillante, critica e chiara del fenomeno criminalità organizzate e potere politico economico. Tema di cui si parla molto, ma non sempre ricordando passaggi storici importanti. Al centro della discussione la Sicilia, e il nuovo volto della mafia, mano silenziosa e forse a sua volta longa manus di qualcos’altro.
Importante il contributo di un personaggio della società civile come Ivanohe Lo Bello, presidente della Confindustria Sicilia,  che anni fa ha preso una decisione determinante, allontanando dall’associazione gli imprenditori con rapporti con la mafia. Se la politica attuasse il codice che si è data la Confindustria in Sicilia saremmo molto più avanti nella battaglia contro Cosa Nostra. Il problema odierno è la mafia borghese, la mafia imprenditrice, la mafia SPA e la sua invisibilità. E questo  avviene per la semplice esistenza di una borghesia mafiosa che opera nel silenzio e nella complicità, limitando la concorrenza, distruggendo ricchezza, azzerando lo sviluppo della collettività, impoverendo complessivamente la società. È possibile grazie alle indagini ricostruire una precisa geografia del riciclaggio, dividendola su assi diversi, Emilia Romagna- Modenese- Reggio Emilia, Parma- Milano- Brescia Roma, e poi ancora il Piemonte, e la Liguria. Le mafie meridionali agiscono in molte parti del paese con l’aggravante che in un momento di crisi economica la liquidità è in mano alla mafia e l’impresa pulita è sempre più a rischio.
Biondo si concentra sul rapporto simbiotico tra potere e mafia, ripercorrendo brevemente la storia italiana e quella della criminalità organizzata, fino a d arrivare ad un’attualità fatta di riciclaggio, di mercati protetti, ma anche di potere basato su un consenso. L’analisi è impietosa e mette a nudo le interiora lacerate di un paese divorato dall’interno. “Le organizzazioni criminali sono servite al potere di questo paese, il potere che non ha colore che gestisce questo paese” queste le parole del giornalista dell’Unità. Punto centrale della sua analisi è il farsi stato da parte delle organizzazioni, ovvero l’intelligenza politica di Cosa Nostra, di cui non riusciremo a tagliare le radici fino a che non recideremo le radici del patto. Quel patto che ha visto nascere la prima repubblica su Portella della Ginestra nel 1947 e l’ha vista rinascere per la seconda volta sulle stragi del 1992, ’93. Se, in quanto fenomeno umano, la mafia si può sconfiggere, come affermava con fermezza Borsellino, quello che è più difficile sconfiggere, afferma Biondo, è quel metodo mafioso che alberga almeno una volta in ciascuno di noi, che o dobbiamo fare a pezzi, o non ci permetterà mai di uscire dalla situazione attuale. Quanto storicamente abbiamo incorporato dalla mentalità dell’organizzazione mafiosa, accettando e replicando quella visione del mondo, humus della sua stessa esistenza e lunga vita? Cambiare è possibile, e lo dimostrano i fatti, come quello citato da Barbacetto riguardo la località di Capo D’Orlando, piccolo paese del messinese dove i commercianti, uniti insieme si sono mobilitati e ribellati al pagamento del pizzo. Combattere un fenomeno che non è più il ritratto dell’uomo con coppola e lupara, ma un’entità sgusciante, nascosta nell’ordinarietà di uomini che lavorano e che nulla hanno a che vedere, per lo meno direttamente, con il narcotraffico. Percorrendo la spirale, si arriva però ad una possibile constatazione. Se abbiamo dimenticato quanto le organizzazioni sono state importanti in determinati periodi storici dell’Italia, paese in cui la caduta del muro di Berlino ha significato la rottura di quegli equilibri che si erano saldati sulla base dell’anticomunismo,  trait d’union tra mafia, Vaticano, lobbies massoniche, potere militare, dobbiamo ricordacelo adesso. Perché ora si è aperta una nuova fase di transizione, del tutto diversa da quella del ’92, ma che porterà a dei cambiamenti e alla ridefinizione dei rapporti di potere.
Abbiamo a lungo delegato ai magistrati il compito di una lotta estrema, abbiamo delegato troppo e per troppo tempo. Il giornalismo, dal canto suo, ha ancora molto da dire e da fare, per rompere il consolidamento di quel silenzio e di quella tolleranza che sono da sempre i migliori alleati della mafia. Potrebbe ancora invocare il lontano “Io so” di Pasolini, con la differenza che oggi le prove ci sono.

Flavia Cappadocia