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Immagini fisse in movimento

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Gianluigi Toccafondo: un viaggio attraverso i suoi ironici e irrequieti sconfinamenti.

Pittore, illustratore, artista d’animazione, Gianluigi Toccafondo è nato a San Marino nel 1965. Ha studiato all’Istituto d’arte di Urbino e oggi vive a Bologna. Dal 1989 ha realizzato cortometraggi di animazione La coda, La pista; dal 1992 con Arte France Le criminel,
Pinocchio, La piccola Russia; sigle televisive per la Rai Tunnel, Stracult; sigle e loghi animati per il cinema con la Biennale di Venezia, Scott free, Fandango, Cineteca Bologna e alcuni spot pubblicitari per Levis, Sambuca Molinari, United Arrows. Dal 1999 disegna le copertine dei libri per la casa editrice Fandango. Ha illustrato classici come Pinocchio da Carlo Collodi, Il richiamo della foresta di Jack London, Jolanda la figlia del corsaro nero di Emilio Salgari, La favola del pesce cambiato di Emma Dante. Nel 2007 è stato l’aiuto regista di Matteo Garrone per il film Gomorra. Nel 2010 ha realizzato i titoli animati per il film Robin Hood di Ridley Scott. Ha esposto a Parigi, Milano, Roma, New York, Tokio.

Cosa ricordi della tua infanzia, quando osservavi il tuo papà a lavoro? E della scuola di Urbino?

“La prima cosa che mi viene in mente è il laboratorio di mio padre, che era un ceramista, dove lo vedevo lavorare al tondo, alla ceramica, a modellare le crete, a usare i colori: la prima idea di animazione, del movimento, della trasformazione della materia, delle modifiche continue” – racconta Toccafondo – “Urbino è arrivata a 14 anni ed è stata sicuramente una scuola importante, dentro il Palazzo Ducale, con i quadri di Piero della Francesca. Ti costringeva a fare i conti con l’arte. L’incontro con alcuni professori, tra cui ricordo Enrico Ricci con il quale sono ancora in contatto. Oggi ha 84 anni, sono andato a trovarlo e si stava dibattendo su una tela di due metri per uno”.

Appartieni ad una certa area geografica che va dalle colline al mare, dalle Marche alla Romagna, una parte di paese popolata storicamente da personaggi un po’ sopra le righe. Ha qualcosa a che fare con i tuoi lavori?

“Il posto dove ho vissuto, dove sono nato, scrittori come Paolo Volponi, pittori come Osvaldo Licini influenzano sicuramente il mio lavoro. L’ambiente, la luce, il mare, le colline penso siano cose molto importanti. Immaginari, leggende, forme, modi di guardare ricorrenti. Se oggi guardo le opere di Osvaldo Licini posso vedere sicuramente delle affinità con Enzo Cucchi, perché appartengono entrambi a un luogo, a un posto”.

Hai fatto cortometraggi, realizzato pubblicità e copertine di libri. Come eserciti il tuo sguardo da pittore su supporti così apparentemente differenti? E come cominci a disegnare?

“E’ un fatto naturale, una questione di stile, nel senso che disegno in un certo modo, vedo le cose in un certo modo. E quindi quando faccio una copertina o lavoro a un progetto di animazione o dipingo una tela, il segno è sempre lo stesso. Posso cambiare i supporti, le storie: nell’animazione ad esempio tutto evolve e la forma cambia di continuo, mentre nelle copertine devi centrare immediatamente l’idea del libro con un’immagine fissa. Anche la pubblicità non è un problema, non devi per forza cambiare: anzi, riuscire a fare una pubblicità con uno sguardo personale trovo che sia una cosa anche bella. Ti pagano di più e ti permettono di finanziarti anche progetti privati. Però ogni volta, quando devo cominciare un nuovo lavoro, mi documento molto, cerco le immagini, leggo i libri: galeoni, navi, costumi e poi comincio a disegnare”.

Sembri avere un rapporto speciale con la musica. Le tue figure in movimento sembrano alle volte abbandonarsi ad una danza, che li trascina fuori dal foglio.

“La musica c’è sempre stata, fin da piccolo. In Romagna si balla molto. Un posto dove la musica diventa subito ballo. Una danza liberatoria. Mio zio, mio cugino avevano l’orchestra”.

Pensi che l’artista debba assolvere a un compito?

“Il compito, la responsabilità sono questioni che lascio ad altri. L’artista cerca di provare a fare qualcosa che riesce a fare. Il risultato è determinato poi dall’impegno, da una certa passione. Da quanto è sincero il lavoro, da quanto è chiaro e limpido un approccio, un disegno, una linea. Se vuoi, il compito, la missione per me è quella di svegliarmi e pensare tutte le mattine a come risolvere un disegno, una cosa, trovare un linguaggio appropriato” – conclude Toccafondo – “Sempre quando guardo un’immagine penso a come posso modificarla. Se c’è una caratteristica nel mio lavoro è proprio questa, che qualsiasi cosa vedo a livello visivo mi sembra che la posso modificare”.

Ilaria Campodonico