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ALLA CRYPTA BALBI RIAFFIORA UNA ROMA MILLENARIA

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Un viaggio da seguire attraverso venti secoli di storia

Dagli spaccati delle vetrate a poca distanza dal ciglio del marciapiede si affaccia una Roma che non smette di richiamare il suo splendore e che, quando anche l’ultima sezione dei nuovi cantieri sarà terminata, restituirà al suo pubblico un angolo di storia di assoluto fascino e suggestione.

 

Già visibile dopo la tornata di scavi nel 2000, la Crypta Balbi, parte dell’antico teatro che L. Cornelio Balbo fece erigere nel Campo Marzio nel 13 a. C. per celebrare il trionfo contro i Garamanti, si trova al n. 31 di via delle Botteghe Oscure. Costituisce insieme ad altre installazioni una sezione distaccata del Museo Nazionale Romano e con la sua stratigrafia millenaria permette di vedere come la vita del luogo sia continuata nel tempo. Gli strati e la sovrapposizione di strutture succedutesi testimoniano in modo eccellente l’evoluzione dei costumi  e delle esigenze d’uso alle quali quest’edifico, a partire dalla sua destinazione iniziale, fu adibito nei secoli. Il lavoro di ricostruzione delle prime equipès di studiosi, già negli anni ottanta, e la cura nell’ordinare i reperti in una sequenza museale coerente, hanno permesso l’allestimento di uno spazio espositivo in cui il visitatore, seguendo passo passo e in maniera progressiva le fasi cronologiche, può farsi un’idea chiara delle trasformazioni subite dal monumento e più in generale da tutta l’area circostante. L’ excursus cronologico passando dall’antichità romana al medioevo, arriva fino al Cinquecento con la costruzione di edifici sacri, come la chiesa di Santa Caterina dei Funari, che sorgono addossati alle vecchie strutture. In età moderna gli edifici nuovi e le sovrastrutture circostanti addossandosi l’una sull’altra hanno quasi cancellato ogni traccia visibile di questo tesoro. Nonostante fosse il più piccolo dei tre teatri di Roma dopo quello di Pompeo e di Marcello, quello di Balbo conserva strutture monumentali ancora consistenti, come quando si scende nel piano interrato dove si possono ammirare porzioni della Porticus Minucia e della Crypta stessa. Con la sua struttura quadrilatera, la Crypta racchiudeva forse all’interno del suo perimetro il tempio di Vulcano, di più antica fondazione a giudicare almeno dalla Pianta marmorea severiana. Per la sua costruzione fu necessario il taglio del tessuto urbano preesistente. I suoi muri emergono ancora nell’area interna della chiesa di santa Caterina e fungono da fondazione delle case moderne di via delle Botteghe Oscure e via dei Delfini. Era un vero e proprio corridoio coperto su due piani corredato, in quello superiore, da finestre, che poteva essere usato anche per ospitare lo stesso pubblico durante particolari rappresentazioni o all’occasione per proteggersi dal maltempo. Con uno dei suoi lati si raccordava poi con la facciata posteriore della scena del teatro. Per lungo tempo si ritenne erroneamente che i ruderi della scena del teatro fossero i resti del Circo Flaminio. Fu Francesco Albertini all’inizio del XVI secolo a fugare ogni dubbio identificando con il teatro di Balbo quelle rovine che, ancora visibili al suo tempo nei pressi della casa di Domenico Mattei, furono poi inglobate nella costruzione di altri edifici della stessa famiglia, scomparendo. Si dice che l’inaugurazione del Teatro avvenne durante un’inondazione del Tevere tanto che lo stesso Balbo, con grande trionfo, traghettò Augusto, che aveva commissionato la costruzione di tutta la zona, per celebrare il compimento dell’opera. L’area su cui sorgeva era probabilmente già di proprietà dello stesso Balbo che aveva ereditato questi horti  da suo padre che li aveva ricevuti in dono da Pompeo. La nuova sezione  di scavo promette di riconsegnare definitivamente anche l’ultima porzione dei resti della Crypta, oggi accessibile al pubblico solo con visita guidata di domenica. È in questa zona che durante i lavori fu rilevata la presenza di un mitreo risalente al II secolo d.C. La diffusione del culto di Mitra a Roma e nell’impero è ampiamente testimoniata anche da altri rinvenimenti. Sempre nella stessa Roma ammontano a circa quaranta quelli rinvenuti, e questo del Teatro di Balbo si presenta con tanto di altari e banchetti ancora perfettamente visibili. Il mitreo assunse la sua forma definitiva con lavori effettuati verso la fine del III secolo quando appunto l’altare e i banchetti furono ingranditi e le pareti furono affrescate. Il passaggio che conduceva al portico e alla latrina, che nel frattempo era stata addossata alla struttura principale ad uso del teatro e della Porticus Minucia, fu chiuso per permettere un migliore utilizzo del mitreo. È molto probabile che la sua fine fu decretata in conseguenza degli editti che, fra la fine del IV secolo e l’inizio del V secolo, imposero la fine dei culti pagani. Un editto imperiale del 408 d.C. inoltre destinò ad uso pubblico tutti gli antichi templi pagani determinando anche per questo mitreo il passaggio a tutte le diverse destinazioni d’uso di cui il materiale documentario rinvenuto da ampia testimonianza. Prima un laboratorio per la produzione del vetro, poi una calcara  e infine anche una stalla furono i diversi riutilizzi di quest’area. Prima del lento e graduale riassetto urbanistico che seguì ai secoli più bui dell’Altomedioevo, questa zona risentì come tutta l’Italia e Roma stessa dei terribili effetti della povertà e dell’abbandono conseguenti alla caduta dell’impero. In particolare gli effetti della guerra greco-gotica (535-553 d.C.) furono tali da immiserire terribilmente le condizioni di vita. Per un certo periodo fu allestita anche una piccola necropoli e le sepolture incistate nelle stesse mura della Crypta, povere nei corredi, ne sono una testimonianza eloquente. Il secondo piano del museo ospita la raccolta di questa grande varietà di reperti che illustrano i molti utilizzi dell’area. In particolare per il periodo che va dal V al X secolo sono conservati una quantità di reperti relativi alle diverse fasi della vita urbana della città. Stoviglie, vasellame in ceramica africana, lucerne, vetri, ma anche resti di abbigliamento come fibule, fibbie e oreficeria in stile ostrogoto. Di grande importanza sono pure le testimonianze di età bizantina conservate in un ala del museo. In particolar modo la presenza di 360 monete di bronzo trovate fra i detriti di accumulo nell’esedra della Crypta hanno una certa importanza ai fini cronologici, permettondoci di datare l’abbandono dell’impianto nel V secolo. Sorprende oltre alla presenza di sigilli di autorità bizantine, di un notaio, di patrizi e dello stesso "Esarca", anche quello di un duca longobardo. Cosa strana in un contesto romano-bizantino.

Stefano Lippera