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Furio Camillo. Leggende sul famoso generale romano (parte II)

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Nel 391 Furio Camillo, imputato ingiustamente ad un processo, decise di prendere la via dell’esilio.

Secondo la leggenda lasciò la città pregando gli dei che i romani si pentissero di avere infangato il suo nome e comprendessero che avevano bisogno di lui.

Nel 390 a.C. quando i galli di Brenno assediavano Roma, Camillo, che si trovava ad Ardea, fu richiamato in città. Il suo ritorno mise in difficoltà gli assedianti che cercarono un compromesso: avrebbero tolto l’assedio per un pagamento pari a 1000 libre d’oro. I romani, avvedutisi che le bilance erano truccate, protestarono e Brenno, in gesto di sfida, aggiunse la sua spada alla bilancia esigendo un maggiore peso d’oro e disse la famosa frase “Vae victis!” (Guai ai vinti!).

Camillo, trovatosi faccia a faccia con lui, impugnò la spada e gridò: “Non auro, sed ferro, recuperanda est patria” (Non con l’oro, ma con il ferro, si riscatta la patria).

Nacque un alterco di carattere giuridico seguito da un combattimento che durò fino a notte quando i galli fuggirono, inseguiti il mattino dopo dal generale romano che li sconfisse sulla strada verso Gabii a circa otto miglia da Roma. Gli storici concordano sul fatto che il condottiero sconfisse i celti, ma ritengono che ciò non sia avvenuto necessariamente a Roma o nelle vicinanze, ma da qualche parte nel Lazio, se non addirittura nelle Marche. In ogni caso Camillo fu protagonista di un nuovo trionfo e, ormai amato dai romani, non gli fu concesso di deporre la dittatura che era di durata semestrale. La città era stata però distrutta dai galli e i romani volevano trasferirsi a Veio. Sarebbe stato proprio Furio Camillo con un discorso pubblico a convincere il popolo a restare a Roma. Nell’arco di un anno la città fu ricostruita.

Nel 381 a.C., Furio Camillo, ormai sessantaseienne, accettò di recuperare la città di Satrico che i volsci e i prenestini avevano appena sottratto a Roma. Nonostante l’età sembra abbia combattuto in prima linea dove vi era più pericolo incoraggiando i soldati a dare il massimo in battaglia e portandoli alla vittoria. La carriera del valoroso condottiero non era ancora finita, infatti nel 367, quando era ormai quasi ottantenne, dovette difendere Roma da una nuova invasione gallica. Il generale riteneva che il punto di forza dei barbari erano le spade da loro impugnate rozzamente per colpire soprattutto spalle e teste, per cui fece fondere per i soldati della fanteria pesante degli elmetti di ferro lisci ai bordi perché le spade scivolassero o si rompessero. Fece anche orlare gli scudi con una lamina di bronzo perché il legno da solo non avrebbe retto ai colpi. Il condottiero insegnò poi ai soldati a maneggiare lunghi giavellotti e a metterli sotto le spade dei nemici per difendersi dai loro fendenti. Sembra anche che avesse imposto ai soldati di tagliarsi la barba per evitare che i galli li afferrassero per il mento. Alcuni storici ritengono che tutte queste intuizioni siano sorprendenti per un quasi ottantenne e che la guerra del 367 in realtà sia stata combattuta da suo figlio: Lucio Furio Camillo. In ogni modo furono i Romani a vincere. Lo scontro sarebbe avvenuto lungo il fiume Aniene in una zona molto ondulata dove Furio Camillo ebbe l’idea di nascondere il maggior numero di soldati negli avvallamenti lasciando solo alcuni di loro sulle alture, bene in vista. I galli, convinti di non correre alcun rischio, furono attaccati improvvisamente e quasi tutti eliminati.

Nel 365 a.C. Furio Camillo, dopo aver combattuto e vinto tante battaglie, morì ucciso da una pestilenza all’età di 81 anni. Le sue gesta furono ricordate sia nella storia che nelle leggende.

Massimiliano Liverotti

 

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