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Il mestiere del Re

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753 a.C. è una data che sancisce il destino d’Europa e del Medio Oriente. Parliamo della fondazione di Roma a opera di Romolo, nipote del re di Alba Longa, Numitore, e appartenente alla gens Iulia, ovvero un gruppo di famiglie patrizie che ritroverà in Ascanio, figlio di Enea, un illustre antenato.
Poeti e storici di età augustea (cioè quando Roma subì il passaggio da repubblica a principato nei decenni a cavallo dell’anno 0), come Virgilio o Tito Livio, consumarono pagine per avvalorare il legame famigliare tra i personaggi politici di Gaio Giulio Cesare e Ottaviano Augusto e gli antenati della gens Iulia. Lo scopo di promuovere e ricordare le nobili origini della gens Iulia, anche attraverso una propaganda letteraria, voleva quasi legittimare tutto il potere che cercò di ottenere Cesare, ma di cui avrebbe goduto solo Ottaviano Augusto.
Questi antenati furono quindi tutti grandi Re: Enea, principe della Dardania, regione dell’Asia Minore e alleato di Troia, giunto nel Lazio, diede impulso alla dinastia che governò Alba Longa, città natale di Romolo e Remo.
Romolo e Remo, i mitici gemelli figli del dio Marte e Rea Silvia e sopravvissuti grazie all’accudimento da parte di una Lupa, dopo aver sventato la destituzione del re Numitore, da parte del fratello del re e zio dei gemelli, Amulio, il mandatario del loro infanticidio, riposero il nonno Numitore sul trono di Alba Longa e dovettero contendersi la sovranità sulla nuova città da loro fondata.
Secondo la maggior parte delle versioni della leggenda proposte da Tito Livio e altri poeti e storici, i due gemelli decisero di riporre negli auspici, ovvero l’interpretazione del volo degli uccelli e quindi della volontà divina, il primo tentativo di proclamazione del nuovo Re. Secondo alcune versioni del mito, da questa prova inconcludente si generò lo scontro che portò all’uccisione di Remo da parte di Romolo; secondo altre fonti fu Remo a istigare Romolo fino alla contesa col ferro, varcando i confini che quest’ultimo aveva eretto per delimitare il proprio territorio.
Roma nacque quindi tra i rumori di greggi e mandrie che si alzavano dalla valle dei sette colli, dal sudore di un gruppo di contadini che si organizzavano in un insediamento protourbano con un Re e soprattutto nel sangue dalla contesa di due fratelli.
Superando l’età regia di Roma che vide, tra i famosi sette Re, gli ultimi tre di origine etrusca, quindi stranieri secondo i sudditi romani, finalmente nel 509 a.C. iniziò l’età repubblicana con la cacciata dell’ultimo Re Tarquinio “il Superbo”.
Ci vollero poco meno di 500 anni per tornare al principato nonostante l’uccisione di Giulio Cesare nel 44 a.C. e la frase pronunciata da Marco Giunio Bruto, uno dei cesaricidi, “così ai tiranni sempre”, il quale non voleva che Cesare realizzasse le sue aspirazione monarchiche.
Fu una congiura del tutto inutile perché l’età imperiale arrivò e i nuovi regnanti si fregiarono con i titoli onorifici di “Cesare”.

Veronica Loscrì