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La chiesa di Santo Stefano Rotondo al Celio

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Una delle chiese cristiane più antiche della Capitale

Situata sulla via omonima del Celio, è una delle chiese cristiane più antiche della Capitale, eretta probabilmente ai tempi di Papa Simplicio intorno al V secolo. È la chiesa nazionale degli ungheresi e deve il suo nome alla struttura architettonica di forma circolare, molto rara a Roma. 

La basilica fu costruita con materiali di spoglio, recuperati probabilmente nel Foro Romano. Venne innalzata sulle fondamenta del “macellum magnum”, ovvero un mercato alimentare prevalentemente di carne e pesce, edificato da Nerone nel 59 d.C.
Originariamente la chiesa era costituita da un ambiente rotondo circoscritto da tre navate concentriche. La prima era sorretta da 22 colonne ioniche architravate, la seconda era costituita da 44 archi che poggiavano su 36 colonne e su 8 pilastri a forma di T, dai quali si dipartivano i muri che dividevano il terzo anello, confinante con il muro perimetrale, così da configurare sulla pianta uno schema cruciforme. I settori collocati lungo gli assi diagonali erano, a loro volta, suddivisi in due ambienti paralleli. L’accesso era assicurato da otto porte che immettevano nei cortili coperti, dai quali poi si poteva accedere agli atri. L’anello centrale era sorretto da 22 colonne di spoglio, per questo non sono tutte uguali tra loro e alcune differiscono anche in altezza, motivo per cui si possono osservare anche basi differenti.

Fu Innocenzo II, nel XII secolo, ad aggiungervi il portico d’ingresso e le grandiose arcate trasversali interne. Niccolò V, invece, provvide a riparare la chiesa intorno al 1453 ma eliminò il portico esterno facendolo murare e fece togliere tre dei quattro bracci della croce greca originaria, guastando quello che i contemporanei chiamavano “il bel tempio”. All’interno si conserva la cosiddetta Sedia di Gregorio Magno, una cattedra di marmo di epoca romana dalla quale si dice che il Papa pronunciasse le sue omelie e alla quale, nel XII secolo, furono tolti la spalliera e i braccioli. Vi è inoltre un’impressionante serie di 34 affreschi, opera di Antonio Tempesta e del Pomarancio, nei quali sono raffigurati i vari generi di supplizi e le raccapriccianti atrocità cui furono sottoposti i martiri cristiani. Nel piccolo abside della cappella dedicata ai santi Primo e Feliciano, al centro di un interessante mosaico del VII secolo, è raffigurato un Cristo non crocefisso, entro un medaglione sovrastante una croce. Si tratta di una rara e simbolica rappresentazione particolarmente importante per la storia iconografica del cristianesimo che evitava figurazioni cruente e che contrasta notevolmente con i supplizi di impressionante realismo affrescati sulle pareti della chiesa. Le salme dei due santi furono qui trasferite da un cimitero sulla Nomentana e Papa Teodoro nel 647 fece eseguire questo mosaico per commemorare, appunto, il trasloco delle reliquie. Durante i lavori di restauro, intorno alla metà degli anni Novanta, nei sotterranei della chiesa, vennero alla luce i resti di un mitreo risalente al 180 d.C. con una decorazione dei Castra Peregrina, ovvero la caserma dei distaccamenti delle truppe provinciali. Il mitreo è costituito da un ambiente rettangolare con due podi, sui quali prendevano posto i seguaci di Mitra, e un’edicola a nicchia del II secolo d.C. con la raffigurazione a rilievo in stucco dorato di un’uccisione di un toro da parte di un dio. Sulle pareti, oltre ad alcuni dipinti, c’è un affresco raffigurante la personificazione della Luna. Il mitreo fu abbandonato, probabilmente a seguito di una devastazione violenta. Gli ambienti furono successivamente oggetto di un poderoso riempimento con materiale di risulta, propedeutico ai lavori di costruzione della chiesa, che nascose così per circa 1500 anni questa importante testimonianza del passato. Nel 1462 la basilica venne affidata ai monaci ungheresi di San Paolo Eremita, i quali si adoperarono per annettervi anche un convento, più volte restaurato negli anni seguenti.

Emanuela Maisto