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La Piramide Cestia

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Situata tra le mura Aureliane e la Porta di S. Paolo questa strana struttura, ancora in buono stato, è visitabile internamente solo il 2° e 4° sabato del mese e, per maggiore sicurezza, su prenotazione.

Fu costruita ufficialmente per volere di Caio Cestio – da cui prende il nome – come attestano le iscrizioni sulla facciata esterna dell’edificio, come suo mausoleo. Egli era stato Tribuno della Plebe ma tra le cariche che egli rivestì nella propria vita la più importante fu quella di Epulo, faceva cioè parte di un Collegio Sacerdotale che aveva il compito di organizzare banchetti sacri che avvenivano annualmente nel Foro o sulla sommità del Campidoglio, per ricordare l’inaugurazione del Tempio dedicato a Giove. Dall’iscrizione sulla facciata si apprende che venne costruita in 330 giorni a partire dalla sua morte. Queste iscrizioni servivano a mantenere vivo il ricordo dei defunti, come da tradizione romana, che voleva che i morti non fossero tali fino a quando ci fosse stato qualcuno che li ricordava. Probabilmente risalente a un periodo compreso tra il 18 e il 12 a.C., essa veniva considerata la tomba di Remo, e per questo chiamata Meta Remi, per il fatto di trovarsi al di fuori dal limite sacro della Roma quadrata, vicino al Colle Aventino dove Remo, secondo la leggenda, avrebbe preso gli auspici, desideroso di essere scelto dagli dei che governavano la città. Nel corso del 1600 all’archeologo Antonio Bosio venne l’idea che la Piramide potesse essere il monumento collettivo dei Sacerdoti facenti parte del Collegio a cui apparteneva anche Caio Cestio. Essa era “contenuta” in uno spazio con giardino quadrato, recintato da blocchi di tufo, oggi ancora visibili. Ha una base quadrata di 30 m. per lato e un muro di fondazione profondo circa 9 m. costituito da materiale misto (malta, calce, ghiaia, sabbia) mentre il resto della costruzione è costituito da mattoni con un rivestimento di travertino alto circa 37 m. Il rivestimento esterno è in marmo di Carrara. Ai lati della costruzione dovevano esserci 4 colonne, di cui ne restano visibili due che furono scavate e riportate alla luce nel 1656 per volontà di Papa Alessandro VII. Si entra a gruppi di 7-8 persone per volta, che restano all’interno una decina di minuti. La porticina di ingresso è bassa, proprio come i tipici tragitti che conducono alle camere “funerarie”. Dopo pochi metri, si apre una stanza delle dimensioni di 4 x 5 m. totalmente vuota, con le sole pareti affrescate con disegni dai modesti colori, che riportano elementi iconografici semplici. Vi sono due registri: in quello superiore 4 figure alate di vittorie, poco visibili, frequenti in ambienti funerari. Nei riquadri inferiori si notano figure di donne, sedute o in piedi, che recano offerte votive; intervallate alle donne vi sono figure di vasi, elementi fissi nelle cerimonie religiose. Nelle parti intermedie si notano motivi a candelabro. Vi sono scritte e disegni svariati, lasciate dai “visitatori” della piramide in epoche imprecisate, comunque a partire dal 1600, data in cui sarebbe stata aperta per la prima volta dopo la sepoltura di Caio Cestio. La copertura della stanza è a botte; il pavimento è a mattoncini disposti a lisca di pesce. Ciò che si sa per certo è che non fu mai rinvenuto alcun sarcofago. La Piramide fu trovata vuota così come la vediamo oggi. Esistono tuttavia dei cimeli conservati nel Museo di Porta San Paolo. Il fatto che Caio Cestio fosse membro di un Collegio di Sacerdoti addetti alle cerimonie sacre potrebbe dirla lunga sulle sue conoscenze in merito alla geometria sacra e alle proprietà parafisiche della forma piramidale. Con tutta probabilità gli era nota l’Antica Sapienza Egizia, cui evidentemente voleva ricollegarsi. Forse aveva scelto il luogo in base a dei criteri non casuali, e la piramide quale esaltazione massima della divinità solare. Cercò di unificare Terra (quadrato) e Cielo (triangolo), lo spazio e il tempo, condensandoli in quest’enigmatica opera che resiste ancora.

Emanuela Maisto