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L’amore a Roma tra arte e mestiere

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Era il 496 d. C. quando Papa Gelasio I istituì la festa di San Valentino, la celebrazione degli innamorati, che come molte altre ricorrenze cristiane serviva a sostituire altre usanze e festività pagane. Papa Gelasio intravide nel martire Valentino, nato a Terni e morto a Roma il 14 febbraio di 273 d. C., il candidato perfetto come patrono di questa festa in quanto, secondo alcune storie, pose fine a litigi tra innamorati e addirittura si permise di sposare due giovani di culti diversi.
In realtà l’intento del Papa era quello di porre fine ad una celebrazione romana che si festeggiava il 15 febbraio: i Lupercalia. Alcune fonti spiegano che questa festa fosse in onore del fauno Luperco, protettore del bestiame. Altri scrittori romani raccontarono che i Lupercalia celebravano il miracoloso incontro tra la lupa e i gemelli Romolo e Remo, e il loro accudimento. Per questo motivo, infatti, le celebrazioni avvenivano sul Palatino.
Tra i riti ricorrevano anche scene per favorire la fecondità delle donne, quindi non solo del bestiame, tanto che dal Papa venne considerata una ricorrenza troppo ricca di spregiudicatezza erotica.
Ancora più anticamente i Lupercalia romani andarono a sostituire dei riti più antichi dove delle vergini si prostituivano, anche spontaneamente, per i motivi religiosi di un culto associato alla figura di una “lupa sacra”. Questi riti avevano radici più antiche della fondazione di Roma, avvenuta nel 753 a. C., che diedero il nome alle protagoniste che praticavano la prostituzione, le Lupae (lupe) e ai luoghi che davano loro lavoro, i lupanari.
Non si deve pensare che questo ruolo fosse mal visto come al giorno d’oggi, tanto quanto non era uno scandalo che un giovane approfittasse dei servizi che offrivano le lupe, nonostante fosse meglio evitare di farsi riconoscere in città, soprattutto se di famiglia nobile. Chi frequentava le case a luci rosse, segnalate vistosamente con insegne o con ragazze nude agli ingressi, sapeva a cosa andava incontro, sia dal punto di vista del costo che della prestazione, dato che era tutto definito con decorazioni murali dentro e fuori le stanze. Molte lupe, dai commenti incisi sui muri dai clienti, erano vere “artiste” ed esperte: queste donne potevano essere sia schiave che libere. In quest’ultimo caso concordavano un affitto della stanza con il proprietario del lupanare.
Una città partenopea è ricordata per l’ottima conservazione dei lupanari e per l’elevato numero di corpi e murali rinvenuti e studiati. Parliamo di Pompei, che conserva ancora oggi tali reperti a causa delle polveri emesse con l’eruzione del Vesuvio del 79 d. C.
Tra le richieste c’erano le prestazioni dei gladiatori e degli schiavi sia per donne ricche che per omosessuali. La licenza d’esercizio di pratiche erotiche, spesso, si accompagnava anche ad una decisione libera di intraprendere questa professione.
Fu con il cristianesimo che si insinuò nella società e negli animi delle persone l’idea di agàpe (amore disinteressato, con cui ci si dona senza pretendere niente in cambio) e di amore romantico più vicino alla nostra sensibilità.

Veronica Loscrì


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