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RIAFFIORA ALLE PORTE DI ROMA UNA PICCOLA POMPEI

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A Castel di Guido i resti di un complesso termale del II-III secolo d.C.

Ormai quella che va in scena da alcuni mesi a Castel di Guido, sull’Aurelia, pochi chilometri fuori dal raccordo, è una vera e propria caccia al tesoro con i contorni di un film ispirato al copione di "Guardie e Ladri".

 

Nei pressi della località Olivella, infatti, gli uomini della Guardia di Finanza, i Carabinieri e gli addetti della Soprintendenza archeologica di Roma, sotto la guida della dott.ssa Daniela Rossi, stanno cercando di difendere i resti di un impianto termale dalle scorrerie di un gruppo di accaniti tombaroli. E dire che erano stati proprio loro, i tombaroli, a mettere le Fiamme Gialle sulle tracce di questa nuova, ultima scoperta. Da tempo infatti gli inquirenti seguivano le mosse di un gruppetto organizzato con tanto di metal-detector che si aggirava nella zona, già nota  per la ricchezza di reperti. Per qualcuno erano scattate anche le manette e grazie ad una serie di intercettazioni i finanzieri erano riusciti a recuperare parte del prezioso materiale rubato, principalmente sarcofagi, monete preziose e frammenti di mosaico. Un giorno, alla fine di mesi di estenuanti, appostamenti e mimetizzazioni, gli scavatori clandestini avevano trovato gli uomini della Guardia di Finanza ad aspettarli proprio fuori da quella buca nella quale nottetempo si immergevano per andare a caccia di tesori. E la storia era, o meglio sembrava, finita lì. L’incetta clandestina di tutto il materiale prezioso che usciva da quel "Pozzo di San Patrizio", che era ormai diventata tutta l’area, aveva portato così ad altri arresti, multe e risarcimenti da pagare. Un ovvio plauso per il buon lavoro svolto era andato alle forze di polizia. Con meraviglia di tutti, si era notato che dal piccolo buco scavato nel terreno affiorava la sezione di un muro in mattonato tipico di età romana, il che non aveva lasciato dubbi fra esperti e studiosi sul fatto che i ladri avessero messo le mani su qualcosa di veramente importante. Tutta l’area infatti, sin dai tempi antichi era nota con il nome di Lorium, un antico borgo romano costituito in gran parte da ville di patrizi, che già dalla seconda età repubblicana avevano stabilito qui, a pochi chilometri da Roma, la loro zona di residenza, lontani dal caos cittadino. Fatte le dovute proporzioni si doveva trattare di una piccola Pompei che sorgeva alle porte di Roma, frequentata dall’élite romana che vi aveva fatto costruire abitazioni di altissima qualità. La Soprintendenza aveva già accertato l’alto potenziale di tutta l’area effettuando una serie di lavori che avevano evidenziato, anni prima, il complesso della Villa delle Colonnacce, da cui erano venuti importanti reperti tutt’oggi conservati nel Museo di Palazzo Massimo a Roma. Le nuove scoperte, risalenti ai recenti scavi effettuati nell’estate del 2006 su un’area di circa 100 mq e effettuati proprio allo scopo di salvaguardare l’area, hanno evidenziato la presenza di una importante struttura termale che faceva parte probabilmente di un altro edificio principale, che si presume non molto lontano ma sulla cui precisa ubicazione potranno far luce solo le future campagne di scavo. Alcune ipotesi sono però già al vaglio degli studiosi. La villa di cui sembrerebbero far parte questi locali si troverebbe proprio sulla sommità del colle sovrastante, all’incirca una quarantina di metri al di sopra del livello precedente, e potrebbe trattarsi di una villa appartenuta agli stessi imperatori antonini, che quì avevano numerose proprietà. Pare che lo stesso Antonino Pio avesse risieduto a Lorium sin da giovane abitando presso la casa dei nonni, originari di queste parti, e che vi avesse trascorso anche i giorni precedenti la sua morte nel 161. Ma come appare evidente dagli ultimi fatti di cronaca, per i tombaroli la notizia già da tempo non costituiva più una novità . Alcune notti fa, nonostante il tentativo di sbarrare l’area dello scavo con un cancello, gli scavatori clandestini hanno fatto una nuova irruzione nella zona scavando proprio a ridosso dell’alzato in cerca dell’edificio principale. Tre o quattro buche in prossimità della sommità del colle lasciano pochi dubbi sul fatto che il guanto della sfida era ancora sul tavolo e che adesso nel mirino dei ladri ci sia la presunta domus. In attesa che i nuovi lavori in programma per i mesi di giugno e luglio ci diamo conferme sulla reale ubicazione dell’abitato principale, dobbiamo accontentarci per ora dei risultati provenienti dai locali del Frigidarium e del Calidarium, gli unici di cui si sia finora completato lo scavo, e che hanno confermato l’importanza e la qualità dei reperti. Il pavimento mosaicato del Frigidarium, di pianta quadrata, è stato ritrovato infatti in perfette condizioni, recante in ciascuno dei quattro angoli la testa di Medusa di cui al tempo si faceva largo uso in ambito privato per fini apotropaici. "Forse, ma è solo un’ipotesi che andrà verificata", ci fanno sapere dalla Soprintendenza, "c’è la mano dello stesso artista che ha costruito nello stesso periodo il Gorgoneion nella Domus delle Gorgoni a Ostia Antica". I due locali fin quì scavati facevano parte di un corpo di fabbrica composto in tutto da sei ambienti, che sono stati al momento solo individuati ma non scavati. Del Calidarium sono rimasti ben conservati la pavimentazione  e l’arco che permetteva la comunicazione con il prefurnium e parte delle suspensurae. Adiacente ai due locali si trova pure una ampia piscina lastricata in marmo e un ninfeo, al momento anch’esso solo individuato ma non scavato. L’impianto occupa una posizione a fondovalle della collinetta sovrastante da cui, come abbiamo detto, ci si aspettano le scoperte più importanti. Le ottime condizioni del mosaico e dell’altro materiale rinvenuto infatti lasciano ben sperare sulle possibilità di trovare ambienti sufficientemente intatti nell’edificio principale tali da permettere di ricostruire con una certa attendibilità l’aspetto originario della villa.  Antonio Solidani, che abbiamo incontrato nei pressi dell’azienda agricola di Castel di Guido, di cui fa parte l’Olivella, si occupa della tutela e della salvaguardia del cantiere e ci tiene a spendere due parole in più sulle condizioni di pericolo a cui è esposto lo scavo dopo il ritorno degli scavatori clandestini nelle notti scorse. Il sig. Antonio, che come volontario ha già ricevuto una serie di premi che testimoniano l’impegno svolto per la difesa e la conservazione dei beni di interesse storico-archeologico, ha voluto denunciare l’insufficienza di mezzi che avrebbero dovuto essere preposti alla sicurezza di un bene tanto importante. "Quì, all’Olivella, XVI Municipio", ci dice, "la situazione non è facile da gestire. I tombaroli si muovono facilmente anche perchè sono coperti dall’intensa area boschiva che in un certo senso li protegge. Noi poi siamo in pochi e con poche risorse da utilizzare, di mezzi e di uomini. Pensate che mancano i soldi anche per i prossimi scavi, figuratevi poi per recintare l’area!". Se ne va e ci guarda con lo sguardo rassegnato di chi si prepara a subire nuovi furti, nonostante tutti gli sforzi e la volontà messa in campo per scongiurarli. Ma se vi chiedeste se quelli del cantiere siano i soli a fronteggiare la carenza di mezzi adeguati, la risposta è che c’è chi sta peggio di loro. L’altra sera durante l’inseguimento nel tentativo di acciuffare due trafugatori colti sul fatto, la macchina degli agenti della Guardia di Finanza è rimasta impantanata nel fango che circondava tutta l’area dello scavo dopo le pioggie delle notti precedenti. L’intervento degli agenti comunque ha funzionato, anche se i ladri, muniti di fuori strada, se la sono data a gambe facendo fallire il "blitz" delle Fiamme Gialle. Insomma, pericolo scampato. Almeno per ora.


Stefano Lippera

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