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TROVATE A ROMA LE “INSEGNE DEL POTERE”

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"Hasta summa armorum et imperi est" era la formula che soleva racchiudere tutta l’importanza che l’imperatore dava agli emblemi del suo potere.

 

 

Sotto le rovine di una terrazza santuariale nei pressi del foro romano, sono tornati alla luce i resti di tre scettri e le punte delle aste su cui erano affissi gli stendardi imperiali. La scoperta casuale è avvenuta alle pendici del Palatino, in un luogo suggestivo identificato con le Curiae Veteres, datate al tempo di Romolo, che costituivano uno dei vertici del pomerium, il limite sacro della città. Non c’è nulla che provi con certezza che la reale attribuzione del materiale rinvenuto, ma i dubbi inziali sembrano essersi risolti in favore di Massenzio (278-312 d.C.), l’imperatore che venne sconfitto da Costantino nella celebre battaglia di Ponte Milvio, cadendo lui stesso sul campo. A fare luce sulla precisa datazione sarebbero i rilievi stratigrafici e gli oggetti ritrovati, fra cui un radiato (moneta risalente al 297-298 d.C., età di Diocleziano), databili tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C.. Tutto il materiale del ritrovamento è già disponibile per il pubblico a Palazzo Massimo alle Terme (Largo di Villa Peretti 1) con una mostra dal titolo "I segni del potere". Con una certa nota di suggestione è stato notato come questo ritrovamenti attribuibili a Massenzio, l’imperatore-tiranno, che usurpò il potere governando l’Italia e l’Africa fra il 306 e il 312, sia avvenuto in una zona della città così legata alle tradizioni delle Origini di Roma, sia in età romulea che augustea. Quando gli addetti ai lavori di scavo si sono trovati davanti una borsa di cuoio fra le macerie, mai si sarebbero immaginati il valore del suo contenuto. Avvolti in un brano di stoffa, si trovavano tre scettri, tre punte di lancia da parata e quattro di lancia porta stendardo, che al tempo seguivano il corteo imperiale sorrette dai vessilliferi, che portavano sia nella marcia a piedi che a cavallo. L’utilizzo del ferro tenero con cui erano state forgiate ha fatto subito escludere il loro uso come armi da combattimento avvalorando quello di oggetti da parata. In quella fredda mattina del 28 ottobre del 312 d.C. Massenzio, alla testa delle sue truppe schierate sull’ala destra del Tevere in file compatte di fronte all’avversario, doveva portare con sé, stretti fra le mani, proprio questi sceptra come segni del potere e della sua ostentazione anche davanti ai legittimi dubbi dei Tetrarchi, sicuro che la vittoria gli avrebbe arriso di lì a poche ore. Dall’altra parte il suo implacabile nemico, Costantino, l’inviato dagli augusti Licinio e Massimino Daia, a cui si dice che il Volere Divino avesse già decretato il ruolo di vincitore. Lo svolgimento della battaglia punì l’imperizia di Massenzio per aver schierato le sue truppe con il fiume alle spalle e lui stesso morì annegato insieme a molti altri nella fuga. Il corpo fu ritrovato e la testa portata in parata dalle truppe dei legittimisti. Chi decise di seppellire le sue insegne lo fece evidentemente in ossequio di quella tradizione per cui dopo la morte l’imperatore veniva accompagnato dal corredo funebre recante anche i suoi simboli. Il loro occultamento rappresenta comunque un caso unico che può essere ricollegato alle particolari circostanze della morte di Massenzio. L’effetto scenografico che doveva avere la visione dell’imperatore con lo scettro in mano fatto di sfere di calcedonio e vetro pieno ricoperto d’oro era sicuramente suggestivo. I colori variavano dal giallo al verde e al bianco splendente. La luce riflessa e abbagliante doveva garantire alla sua immagine i tratti di una evanescenza divina. Purtroppo la struttura su cui erano affisse le sfere è andata quasi completamente distrutta, ma un’idea è ancora possibile dai bassorilievi che ce li mostrano (dei tre sceptra rinvenuti, ossia quello a due sfere e quello ad asta conica, solo dell’ultimo, quello piccolo, abbiamo ancora tutto). Sui vexilla invece, le lance su cui erano affissi gli stendardi dell’imperatore, sono ancora visibili le alette da cui dovevano pendere i drappi e le insegne. La Notitia Dignitatum documenta questo tipo di lancia come simbolo del potere di Roma. In particolare quelle sopramenzionate, le cosiddette lanceae uncatae, da quanto ci riferisce Sidonio Apollinare nel V secolo, erano tipiche dell’ambiente germanico e molto diffuse nei corredi tombali di personaggi di lignaggio. Queste particolarità erano entrate a far parte delle insegne imperiali già da tempo, probabilmente come riflesso di quel processo di germanizzazione a cui tutta la società romana era ormai irreversibilmente esposta. Il caso volle comunque che chi si incaricò di deporre le insegne di Massenzio certo lo fece ignorando di metterle, per ironia della sorte, proprio ai piedi di un altro monumento, che, di lì a pochi anni di distanza, sarebbe stato intitolato ad un altro vincitore, proprio quel Costantino che, divenuto imperatore nel 324 d.C., l’aveva sconfitto in battaglia dodici anni prima. Chissà se allora non sarebbe stata scelta un’altra ubicazione.

                                                
Stefano Lippera