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Via di Monte dei Cocci

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La via, più comunemente conosciuta come via di Monte Testaccio, va da piazza Orazio Giustiniani a via Nicola Zabaglia. Il toponimo deriva dall’antico “mons Testaceus” perché fiancheggia il parco Testaccio, che è appunto l’antico Colle, detto dei Cocci, perché è il risultato dell’accumularsi dei rottami di anfore che qui venivano sistematicamente “scaricati” dai magazzini adiacenti alla zona portuale. Esso rappresenta una sorta di archivio della storia commerciale di Roma in un periodo che va dalla tarda Repubblica a buona parte dell’Impero. Su alcune di queste anfore olearie sono ancora visibili i marchi di fabbrica, il nome dell’esportatore e la data (quasi tutte della metà del II e del III secolo d.C.). Nei secoli successivi lungo la base della collina vennero scavate delle grotte, adibite a cantine e stalle dette i “grottini”, sulle quali si costruirono casette che oggi, ristrutturate, ospitano ristoranti e locali notturni, evoluzione delle antiche osterie che erano state meta delle feste e scampagnate dei romani. Ancora in epoca medioevale vi si celebrava il Carnevale, con i giochi crudeli e cruenti da sempre cari ai romani: si allestivano infatti tauromachie e la più popolare “ruzzica de li porci”: carretti di maiali vivi venivano lanciati giù dalla collina e quando si sfracellavano in basso il popolo gli dava la caccia . Dal XV secolo il monte divenne il punto di arrivo per la Via Crucis del Venerdì Santo, trasformandosi in un vero e proprio Golgota, come mostra la croce ancor oggi infissa sulla cima. Più tardi sarà meta privilegiata delle Ottobrate, le tipiche feste romane, che vedevano sfilare verso le osterie e le cantine del Testaccio i carretti addobbati a festa delle donne che lavoravano come raccoglitrici d’uva nel periodo della vendemmia. Tra canti, balli, gare di poesia, giochi e chiacchiere, ci si rinfrancava dal lavoro.

Emanuela Maisto