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L’animale morente

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A livello planetario, quando qualcuno – nel suo procedere apparentemente casuale e confuso – rivela di aver incontrato la grande bellezza, qualcosa o qualcuno da tenersi stretto, in genere si tratta di un’allucinazione

oppure di un ipotetico paradiso artificiale. Il soddisfacimento di un piacere e il sublime dolore che ne consegue per la sua assenza sono così evidenti e fisici, che è impossibile ignorare il sopraggiungere della privazione. Consuela Castillo, una giovane donna cubana, molto semplice sotto l’apparenza di seducenti camicie abbottonate, un giorno entra in aula e conosce David Kepesh, il suo professore di critica letteraria, un eterno seduttore. Il desiderio e la gelosia irrompono nella vita di un uomo, mentre una donna accede a un luogo che diversamente le sarebbe precluso: un uomo di mondo e una creatura libera, per cui la differenza d’età determina resa e dominio dal primo incontro. Se le vicende umane si svolgessero come nei più melensi film hollywoodiani, questo sarebbe il principio di una grande storia d’amore. Invece il punto non è questo e il titolo del libro “L’animale morente” non porta altrove. Philip Roth scrive un dramma conturbante, che è un invito alla bellezza del possesso e una rivisitazione dell’antica lotta tra eros e tanatos. È letteratura, tutta un’altra storia.

Philip Roth
Einaudi 2005
pagine 114
euro 9

Ilaria Campodonico

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