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La Chiesa che combatte le mafie

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L’associazione antiracket di Don Peppino Gambardella, il primo bene confiscato riutilizzato da don Pino de Masi per una cooperativa, i santini con le preghiere contro la mafia di don Vittorio Dattilo, storie di una Chiesa che da anni lotta per la libertà delle terre di mafia.

Lontano dai corvi che volano attorno ai palazzi di San Pietro, distanti da riflettori e inchieste c’è un’altra Chiesa che si impegna a offrire una testimonianza diversa, un esempio concreto. Una chiesa che da don Peppe Diana e padre Pino Puglisi, vittime esemplari delle mafie, arriva fino a quelli che oggi lottano contro il racket, come don Peppino Gambardella, sacerdote a Pomigliano, terra di camorra, che ha dato vita all’associazione “Domenico Noviello”. La sua testimonianza, accompagnata dalla serenità di chi crede profondamente in quello che fa, parla di incontri “da carbonari” in una cittadina dell’interland napoletano, simbolo del lavoro operaio, per costituire un’associazione in grado di contrastare la pervasività del pizzo, mezzo di paura e intimidazione, che piega lo spirito degli esercenti e l’economia di interi territori. “Nel giro di quattro anni la cultura della legalità in città è cambiata, oggi nessuno può fare a meno di noi”, don Peppino sa bene di essere un punto di riferimento e dimostra come “la religione non sia solo culto staccato dalla vita di tutti i giorni, ma impegno vero”. La pensa allo stesso modo don Pino De Masi referente per la Calabria di Libera, l’associazione di Don Ciotti attiva dal 1995 nella lotta alle mafie e fautrice di tantissime iniziative uniche nel loro genere. E don Pino in questo senso è stato un precursore, a partire da quell’ “estate ragazzi” di 25 anni fa, in cui i giovani di un paese della piana di Gioia Tauro si impegnarono a tenere lontano dalla strada i più piccoli, passando poi per l’assistenza ai tossicodipendenti, fino alla lotta aperta alla ‘ndrangheta, che gli è costata diverse minacce. Ma don Pino resta convinto e sereno, nonostante il recente attentato doloso in cui sono stati bruciati 7 ettari di un terreno confiscato in cui una cooperativa produce ottimo olio, il suo motto rimane invariato: “La Calabria ha bisogno soprattutto dei calabresi, bisogna restare per cambiare e cambiare per restare”.La Cooperativa Valle del mare, fondata da don Pino, è stata la prima a lavorare con i beni confiscati, a “fare azienda in una terra dove regna l’individualismo”, dando ai giovani del luogo la sensazione, poi diventata certezza, di “aver riconquistato la propria terra”. Sono stati l’avanguardia di quella che il sacerdote ha definito una “nuova guerra di liberazione, una Resistenza in cui lottiamo contro chi toglie libertà”. E don Vittorio Dattilo è un emblema lampante di questa Resistenza, una lotta declinata con i toni della serenità, di una pacatezza che si traduce in iniziative altrettanto forti, in grado di penetrare da parte a parte una comunità vasta come quella di Lamezia Terme. Prima delle stragi e dei processi infatti, don Vittorio aveva capito che c’era bisogno di attivarsi, di smuovere i suoi parrocchiani e con loro un’intera città. E per farlo, nel 1991, aveva deciso di ricorrere ai santini, a quelle immaginette di Santi che tanta parte hanno anche nei rituali di affiliazione criminale. Nuove preghiere contro la violenza, non più litanie ma invocazioni per liberare il suo paese dalla morsa delle mafie. A 21 anni di distanza don Vittorio, che oggi è cappellano del carcere di Lamezia, riesce con estrema lucidità a definire i diversi tipi e gradi di mafiosità: “C’è la mafia delle uccisioni, quella della collaborazione con i politici e quella che riguarda tutti, un atteggiamento, la tendenza a ottenere le cose non in modo trasparente ma con espedienti di ogni genere”. E la riflessione più pregnante del paarroco lametino arriva sempre con parole calme ma ferme: “Il piccolo favore e la grande mafia hanno lo stesso significato”. Un incontro denso e rinfrancante quello con questi tre testimoni di una religiosità concreta, attiva, un esempio per credenti e non, riferimenti per le loro comunità e per chi, credendo o meno in un dio, senta il richiamo ad impegnarsi, a lottare, con piccoli gesti e grande forza, contro ogni tipo di mafia.

 

Stefano Cangiano