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Libri come V, David Grossman

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“Sono nato e cresciuto a Gerusalemme, in un quartiere, in una famiglia, dove la gente non era nemmeno in grado di pronunciare la parola ‘Germania’. Faticava persino a dire ‘Shoah’. Parlava di ‘ciò che è successo laggiù’.

È interessante notare che in ebraico, in yiddish, o in qualsiasi altra lingua parlata da ebrei, la Shoah è per lo più ‘qualcosa che è successo laggiù’, diversamente da ‘ciò che è accaduto allora’ per i non ebrei. C´è una differenza abissale tra laggiù e allora. Allora è un avverbio di tempo che indica un passato che non esiste più. Laggiù è un avverbio di luogo e allude al fatto che da qualche parte, in un qualche posto, ciò che è successo ancora cova sotto le ceneri, si rafforza, e potrebbe tornare a esplodere. Non è una cosa finita”, ha raccontato David Grossman durante il suo discorso al Festival di Berlino nel 2007.

 

Ragazzo prodigio della radio israeliana, scrittore e saggista tra i più ascoltati, noto per il suo impegno a una risoluzione pacifica della questione israeliano-palestinese fondata sul dialogo, nonostante la morte del figlio Uri nella guerra tra l’Esercito israeliano e gli Hezbollah, ha continuato a scrivere. Oggi che molti scrittori sembrano semplificarci la realtà, Grossman sembra voler stringere con noi lettori un patto particolare e impegnativo, lanciando ogni volta una sfida, raccontando, nei suoi libri come negli interventi sui giornali, la pace e la guerra del mondo, degli essere umani. Lo scrittore racconta che il primo impulso è l’istinto a raccontare storie, inventando o raccontando la realtà; poi quello stesso impulso incontra il desiderio dell’ascolto, il desiderio di “conoscere l’altro dall’interno”. Scegliamo alcune storie perché le riconosciamo immediatamente, perché sentiamo che hanno una dimensione in più: proviamo il desiderio di condividerle, perché sono speciali, contengono echi di altro, una cosa irresistibile: “Ci saranno molte metamorfosi del libro, ma nulla cancellerà questo desiderio”. Scrivere rappresenta per Grossman appunto il tentativo di comprendere gli altri non solo con i propri occhi, ma attraverso la costituzione interna dell’altro. Fino a quello spazio di difesa che ognuno di noi inevitabilmente costruisce per sfuggire alle radiazioni emotive degli altri: quegli angoli bui, dai quali ci sentiamo minacciati. “Quando scrivo il mio desiderio è quello di essere invaso da un’altra mente, da un’altra biografia, da un altro corpo”, spiega Grossman. Lo scrittore avverte come crescendo rischiamo di perdere inevitabilmente alcune opzioni della nostra personalità, ma la letteratura permette di riconoscere e recuperare tante altre possibilità: andare, uscire, esplorare e tornare più ricchi di prima. “Quando scrivi narrativa, crei un mondo, ne sei responsabile e ti gratifica come solo un mondo può fare”: raccontare storie permette di creare un territorio verbale, psicologico, di narrazione tutto speciale, difficile da penetrare.
“Nel momento in cui ho capito che sarei diventato uno scrittore, ho capito anche che avrei scritto della Shoah”, ricordava Grossman sempre al Festiva di Berlino. “Mi sono reso conto che i libri sono luoghi dove la realtà e la sua perdita possono coesistere. […] (mi sono chiesto costantemente) come mi sarei comportato se fossi stato scardinato dai miei affetti, dalle mie cose, dai miei luoghi? Come avrei agito invece se fossi stato il carnefice? Mi sarei fatto trasportare da tutto questo gran male?”, ma la risposta a questi interrogativi Grossman sembra averla data altrove, sulle pagine dell’Unità: “Sarei pronto a fare un patto col diavolo: meno letteratura più pace”.

Ilaria Campodonico

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