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Autechre

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Incunabula

Il Natale ha da sempre i suoi estimatori e i suoi detrattori: i primi adorano l’atmosfera natalizia, i regali natalizi, gli addobbi natalizi, le feste natalizie, i pasti natalizi. I secondi sostituiscono all’aggettivo “natalizio” della frase precedente il più azzeccato (a loro avviso) “funereo” e odiano tutto del Natale. Mentre per i primi i motivi sono spesso comuni e abbastanza ovvi, per i secondi possono essere i più diversi, da dolori personali, a forte cinismo, a una generica depressione da periodo di feste, a episodi di sofferenza ancora vicini nel tempo. Per chiunque volesse venire fuori da questa atmosfera intrisa di bontà, amore universale, fratellanza e regali di dubbio gusto senza necessariamente cadere in una atmosfera depressiva, fatta di rifiuto e astio verso il mondo che lo circonda dal 24 dicembre al 6 gennaio, consigliamo vivamente l’ascolto di “Incunabula”, l’album d’esordio (datato 1993) degli Autechre, duo britannico composto da Sean Booth e Rob Brown, disc jockey della scena techno di Manchester. “Incunabula” è infatti un possente e complesso lavoro di musica ambient-techno, punto d’incontro tra le sonorità precedenti kraftwerkiane e le evoluzioni del genere nei successivi anni Zero. Le tracce che compongono il disco sono una sequela ben strutturata e sempre affascinante di riverberi, sintetizzatori, ritmiche costruite su tempi non comuni, distorsioni, voci filtrate, campionamenti, ma soprattutto delle solide atmosfere “industriali”, che caratterizzano tutto l’album, e che riescono a tenerlo in bilico tra calma, rilassamento e minaccia incombente. Gli Autechre non vanno a scavare nel nostro animo più profondo per tirare fuori un mondo interiore, ma ci propongono la colonna sonora di un mondo virtuale che sa farsi strada attraverso i sensi. Per un 2016 alternativo.

Flavio Talamonti