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Beer Brodaz: quel punk che nasce sui banchi di scuola

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La band nasce nel 2002 da un’idea di Arman Derviskadic (chitarrista) e Corrado Traballesi (voce e chitarra), allora compagni di banco al terzo anno di liceo, con il mero intento di divertirsi e divertire. I testi dei Beer Brodaz facevano perno su tutte quelle tematiche che solleticano i teenagers di periferia di una grande città come Roma: le ragazze, le droghe leggere e l’alcol. Nel 2003 i Beer Brodaz incidono il primo demo “Tentato decollo con mezzo improprio”, rigorosamente autoprodotto; la forza del gruppo erano (e sono tutt’oggi) le esibizioni dal vivo. Nel 2004, tenaci e soddisfatti dei successi del primo disco, i 5 decidono di inciderne un secondo: “Tutto fa broda” (sempre autoprodotto). Le modalità, i contenuti e il ritorno d’immagine furono gli stessi del primo disco. Dopo diversi live, specialmente nella loro città d’origine, e diversi cambi di formazione, incidono un nuovo album: “Ho visto quel pesce”. Le sonorità punk e ska e i testi irriverenti e provocatori virano in quest’album verso una connotazione più “soft”, sempre mantenendo però ben salde le radici in quel fertile terreno che sono le esperienze di tutti i giorni del romano medio. L’ironia è l’unica chiave di lettura del quale l’ascoltatore deve munirsi per evitare di non comprendere spirito e messaggi dei Beer Brodaz, che a un orecchio disattento o poco allenato al disimpegno, potrebbero sembrare quasi osceni o quantomeno diseducativi. Negli anni e con l’uscita di altri lavori in studio, l’evoluzione artistica dei Beer Brodaz ha trasformato il rozzo punk-rock dei primi tempi in un più raffinato insieme di generi musicali che spaziano senza indugi dal già sperimentato punk-ska a ritmi nuovi per la band come lo stornello, la samba, il rock‘n’roll, il funk e l’ambient. Anche i testi assumono tutt’altro carattere: la trivialità e la blasfemia senza ritegno lasciano definitivamente il posto a un più curato descrivere e analizzare con semplicità la bellezza della goliardia e del vivere spensierati, analizzando tuttavia con occhio sempre più ironico e sagace temi di nessuna importanza politica o sociale, ma di esperienza comune o anche di fantasia, col risultato di uno stile che ricorda senza dubbio i più famosi Skiantos e Elio e le storie tese.

Guido Carnevale