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Billy Bragg @ Circolo degli Artisti (11/05/2011)

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Alla fine il terremoto a Roma c’è stato, è venuto direttamente dall’Essex ed ha avuto come epicentro il Circolo degli Artisti di via Casilina Vecchia.

Stiamo parlando di Billy Bragg, cantautore folk/punk che negli anni ’80 incantò prima l’Inghilterra e poi tutto il mondo con la sua musica combat, punk, cantautoriale e ispirata. Uno One Man Band che unì le note all’impegno politico, fu arrestato per il suo attivismo, si interessò dei problemi dei minatori inglesi nell’84 quando ci fu un grande sciopero contro Margaret Tatcher e decise di usare questo stile diretto e semplice di suonare per comunicare con la gente. È una sorta di quinto ipotetico componente dei Clash, perché come Strummer, Jones, Simonon e Headon trasuda rabbia e antagonismo da tutti i pori. Come Joe Strummer suona una Telecaster argentata e batte il piede sinistro a terra per tenere il tempo. Durante la serata ha parlato moltissimo passando dall’ironia alla rabbia, alla serietà per poi tornare nuovamente a scherzare. Ha suonato tre pezzi di Woody Guthrie (altro elemento in comune con Strummer), e ha bevuto veramente tanto thé.

Al mio arrivo nel cortile del Circolo è proiettata una partita, mentre all’interno si esibiscono i Mardi Gras, band d’apertura. Lascio immaginare quale delle due cose ha destato più interesse per i presenti, ma ammetto anche io di non aver seguito attentamente la band romana che propone un pop folk acustico molto pacato, non perché sia un tifoso ma perché non sono in vena di musica soft. Comunque la bravura è indubbia e la voce femminile è decisamente un punto di forza. Faccio un po’ avanti e indietro dal bancone al palco, bevo un paio di birre giusto per entrare nell’atmosfera, e così finalmente posso ritenermi pronto per essere travolto. La metafora con il terremoto, quest’ultimo accenno all’essere travolti, si riferiscono più che ai brani proposti da Bragg, ai grandi discorsi che ha fatto con il pubblico. Ma andiamo con ordine.

Sul palco dopo i Mardi Gras rimangono solo due piccoli amplificatori Fender De Ville, un asta e un microfono, un tavolino con dell’acqua e due chitarre, la Telecaster argentata e un’acustica nera. Quando, dopo un’attesa accettabile, finalmente entra Bragg, sembra un folletto. Con movimenti decisi si avvicina al microfono, saluta, imbraccia la tele e parte con un paio di pezzi : “The World Turned Upside Down” e lo splendido “To Have Or To Have Not”. E così inizia a salutare, ad alternare discorsi e spiegazioni alle canzoni riuscendo a catturare, attraverso un magnetismo particolare, l’attenzione di tutta la sala. Scherza sul thè che beve ad ogni concerto dicendo che ha un effetto magico sulla sua gola e “ti fa quasi credere di saper cantare!”, poi afferma di volerlo consigliare alla sua collega Madonna. Esegue tantissimi brani vecchi e nuovi tra cui “NPWA” (“Niente potere senza responsabilità”) e “The Battle Of Barking”. Deride alcune parole ossimoriche che si sentono spesso, come “capitalismo democratico” pronunciata spesso da Bush, l’intelligenza militare, il football americano e anche il bunga bunga. Fa un discorso molto profondo riguardo il cinismo, ovvero il nostro nemico principale: niente fascismo, niente Silvio Berlusconi, ma solo il nostro personale cinismo è secondo lui l’elemento contro cui noi dobbiamo realmente batterci. Curioso è stato però il breve “sketch” che è seguito a queste belle parole: un gruppo di skin ha iniziato ad agitarsi, forse a spintonarsi, probabilmente per colpa di una sigaretta accesa dentro il locale, ed in quel preciso istante è uscita fuori un’altra faccia del musicista, che spiega tutta l’energia, tutto il suo carisma, in poche parole: le palle. Si è avvicinato come un militare ai bordi del palco sbraitando ai due giovani sbandati “Easy! Easy!” e mandandoli affanculo svariate volte. L’atteggiamento ancora più irriverente dei ragazzini lo ha praticamente obbligato ad aumentare la violenza del richiamo, sbraitando verso la sicurezza e dicendo al pubblico “vedete è proprio questo quello di cui stavo parlando, fate tutti un applauso a questi coglioni! Voi due se non la smettete vi butto fuori io a calci in culo!” Insomma alla fine i due skin erano tristi e a testa bassa con degli sguardi docili come quelli di due cagnetti. E lo show continua con i pezzi di Woody Guthrie, con un pezzo dedicato ad Ingrid Bergman che si basa sul facile paragone sessuale dell’eruzione del vulcano. C’è anche “Tomorrow’s Going To Be A Better Day” preceduta da una sua spiegazione riguardo il voler vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. E poi ancora “All You Fascist”, “The Power In a Union” e la bellissima e struggente ballata “Tank Park Salute”.
Conclude con “A New England” tra i cori del pubblico romano e dei due ragazzi che Bragg guarda dritto negli occhi e ringrazia, poi fugge dietro le quinte lanciando verso il pubblico la bustina bagnata del suo magico the.
Poco dopo lo ritrovo a firmare autografi e scambiare qualche parola con il pubblico. Ne approfitto anche io e gli stringo la mano facendomi firmare il suo ultimo “Pressure Drop”. Quando esco mi accorgo di avere la mano praticamente stritolata!

 

Marco Casciani