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Il nostalgico brit pop dei Blur chiude Rock in Roma

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damonalbarn

Si è chiuso ieri sera il festival Rock in Roma con un irripetibile concerto dei Blur, gruppo simbolo di un nostalgico brit pop anni ’90 che sorprende ancora oggi

Cala il sipario su una memorabile edizione del Rock in Roma. Ai Blur, paladini del brit pop, genere che ha segnato la scena rock degli anni ’90, è spettato l’oneroso compito di siglare la parola fine a due mesi irripetibili, nel corso dei quali Roma si è scoperta essere il centro di gravità dell’estate concertistica italiana. Killlers, Greenday, Rammstein, Iggy Pop, Bruce Springsteen, Smashing Pumpkins e Sigur Ros, alternatisi sul palco allestito all’Ippodromo delle Capannelle, hanno colmato il vuoto creatosi dalla cancellazione di festival come l’”Heineken Jammin Festival” e l’”A Perfect Day” di Verona.

Due mesi emozionanti (ed in fin dei conti anche piuttosto costosi) per gli amanti della musica rock, nel corso dei quali si sono alternate vibranti note di energia, malinconiche melodie che toccano le corde dell’anima e spensierati ritornelli adatti per saltare a perdifiato sull’opprimente quotidianità.

Due mesi che i Blur hanno saputo raccogliere in un unico evento. Urlare di gioia e restare assorti in un silenzio contemplativo; tornare a spingere il vicino in preda ad un improvviso raptus di esaltazione e tornare, nel breve volgere di un arrangiamento, ad essere silenti ad ascoltare con la bocca spalancata le magiche note di un pianoforte. In quasi centoventi minuti di concerto il gruppo londinese è riuscito a fornire una concreta sintesi delle emozioni che solo un concerto memorabile a trasmettere.

Damon Albarn, più che frontman un vero e proprio demiurgo, esalta la folla saltando sul palco come se fosse ignaro delle sue 45 primavere. Con la sua inimitabile voce marchia indelebilmente un live segnato dall’elevata qualità della performance impreziosita dalla presenza di Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree, musicisti nel pieno della loro rigenerazione artistica.

“Street is like jungle”. Più che un verso, una chiamata alle armi. L’attesa (lunga a sufficienza per permettere al solito impaziente di aggiornare con lo smartphone il suo status su Facebook scrivendo “quanto odio i musicisti che si fanno attendere”), viene finalmente interrotta da Girls and Boys, brano scelto per aprire con il giusto spirito il concerto. Il pubblico coglie subito l’ondata di energia positiva e con una prima, fragorosa, ondata di pogo tributa il giusto rispetto alla cerimonia che Damon Albarn ha appena iniziato ad officiare.

La scaletta presentata è da “menu turistico”: successi sicuri e conosciuti per una clientela che comunque non chiedeva piatti ricercati ma semplicemente quella solida cucina che ha accompagnato da oltre vent’anni i pasti musicali di una generazione vissuta accompagnando i cartoncini di latte alla ricerca del ragazzo smarrito nel video di “Coffee and TV” e il Woo-ooh di “Song 2”. In tal senso, Popscene, There’s no other way e Beetlebum rappresentano sicure porzioni di anni ’90, eseguite in modo assolutamente impeccabile.

Con Out of time la performance raggiunge un primo apice di delicata bellezza. Albarn e soci arrestano la scanzonata marcia dell’armata al loro seguito e come piccoli bambini radunati attorno al fuoco, le migliaia di presenti osservano incantati il demiurgo che ricorda “And you’ve been so busy lately, that you haven’t find the time to open up your mind and watch the world spinning gently out of time”.

Trimm Trabb fa da preludio alla maestosa esecuzione di Caramel, preziosa gemma intima e psichedelica, incastonata al centro di un concerto che ritrova tutto il suo vigore con l’accoppiata Coffe and Tv e Tender, nel corso della quale i Blur, sinceramente divertiti, sembrano voler abbracciare l’intera platea che ripaga seguendo l’irreale calore familiare creato dai coristi e dal set di fiati al seguito.

In To the end l’atmosfera torna a farsi soffusa e raccolta. Damon Albarn si impossessa del pianoforte regalando un’esecuzione appassionatamente malinconica. Le note, ipnotiche e avvolgenti, stritolano in una morsa che costringe ad un incanto inebetito tale da rendere impossibile qualsiasi azione.

Il demiurgo, preso ormai il controllo totale sulle facoltà mentali dei suoi adepti, scioglie la morsa in cui li aveva stretti ed impone il ritorno alla gioiosa atmosfera di festa: Country House, Parklife, End of the century e This is a low, scorrono veloci fino al fatidico momento del “bis”.

Richiamati da una folla che tentava timidamente di intonare il ritornello di “Tender”, i Blur tornano sul palco proponendo Under the Westway, uno dei loro ultimi lavori, tra le cui note si può ascoltare la delicata nostalgia di un gruppo che, raggiunta la maturità, osserva l’incedere degli anni con delicata vena riflessiva.

Con The Universal si tocca probabilmente uno dei punti più alti di questa memorabile stagione del Rock in Roma. “If the days they seem to fall through you, well, just let them go”: un inno generazionale, un labirinto di musica e parole da cui non si vorrebbe mai uscire, cinque minuti da cristallizzare e vivere per sempre.

Eppure, ragionando, ci si rende conto che se The Universal dovesse davvero durare per sempre, non si avrebbe la possibilità di ascoltare Song 2, l’ultima grande occasione per perdere chili in eccesso dedicandosi al pogo selvaggio. Un pezzo violento, scanzonato e divertente che spegne definitivamente le luci sul palco. Volti provati e madidi di sudore si allontanano soddisfatti dalla consapevolezza di aver preso parte ad un evento irripetibile, mentre un’unica domanda riecheggia nella strada verso la macchina: l’anno prossimo cosa si dovrà fare per migliorare?

Ai posteri le sentenze, ai presenti… il pogo!

Simone Dell’Unto

 

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