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Bruce Springsteen – Nebraska

Non ho un rapporto eccellente con Bruce Springsteen, anche se mi ritrovo spesso immerso nei suoi lavori

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Amore/odio vibrano in parallelo perchè se da un lato riconosco la maestosità delle sue ballate, il valore della sua energia pulita e dei suoi interminabili live (secondi solo alla leggenda vivente di Robert Smith & co.), dall’altra mi scontro con l’avversione interiore (mai sopita) di aver scoperto in lui l’autore di alcuni degli album più insignificanti di tutta la storia del rock: Lucky Town e Wrecking Ball tanto per citarne due. Eppure, nella nostra alternanza amore-odio, brilla una stella, tetra e al contempo semplice, diretta, meravigliosamente ardita: Nebraska.

Siamo nel 1982, anno di mezzo tra il bellissimo “The River” (1980) e il pluripremiato “Born in the USA” (1984), e il Boss ha già forgiato il suo stile vigoroso ed energico con il quale ha raggiunto la consacrazione, sia dal grande pubblico sia dalla critica musicale: è la rappresentazione del più classico dei sogni americani, è colui che ce l’ha fatta. E invece di confermarsi come il salvatore del rock, il Bruce si richiude in se stesso, nel suo New Jersey, e registra in solitaria un disco essenziale, scarno fino all’osso, profondamente intimo. Già la copertina riesce a raccontare interamente il disco: la terra madre, l’America, e il freddo disagio di un percorso tetro, freddo e fragile. Spiazza davvero la sincerità con la quale il Boss dipinge un disco acustic folk, perfetto in ogni frame. Curiosità: il film di Sean Penn “Lupo Solitario” è totalmente ispirato dalla traccia n. 5 di Nebraska: “Highway Patrolman”. Accostatevi all’ascolto del disco scegliendo Atlantic City.

David Gallì