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BURIAL

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BURIAL

Hyperdub,

2006 

A Londra la fine dell’anno suona come la fine del mondo. Da pioviggine incessante in sobborghi industrializzati, bastarda è la creatura più pura, l’unica possibile, parti uguali di sostanze diverse, nessuna che prenda il sopravvento. Il basso riempie la caverna, giungla e tecnologia, il manifesto meticcio in nome della sua etichetta, Hyperdub, dub esponenziale in cui vecchi b-side a 45 giri c’entrano poco. Parlano hindi gli uomini che approdano al cemento, storie di colonialismo e di fedeltà giurata, alla corona, al campionatore. Esplorazioni elettroniche, alterazioni, dubstep dai suoni sinistri, cupa è la disperazione industriale, torvo astratto giamaicano, troppo pallido, compare la cadenza, una voce, mai il sole. Il rave o quel che ne rimane, un giorno dopo. Polvere e fuoco, tra cani sordi, volti dismessi, una cassa spara ancora nel mezzo. La sibilla non parla, la luce filtra, ma il suo antro è ancora buio. Il fisico, la chimica. L’amore. O qualcosa del genere.

 

Marco Di Bella