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Carl Barat – Carl Barat

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I Libertines sono probabilmente il gruppo di maggior “impatto” sulla scena musicale europea degli anni 2000. Sono loro che hanno riportato la musica live nei locali e hanno rimesso le chitarre in mano ad una generazione di ragazzi. La mente e l’anima di quel gruppo erano, e sono tornati ad essere, Carl Barat e Pete Doherty. Le loro vite però in questi 6 anni, dallo scioglimento alla reunion del gruppo, hanno preso strade diverse e non sempre fortunate. Doherty si è spostato su melodie più morbide e lente dando libero sfogo al suo animo poetico, che pochi avrebbero scommesso fosse così prolifico sotto le quantità ingenti di stupefacenti assunti. Barat ha scelto di rimanere sulla falsariga dei Libertines insistendo su quel punk/indie/rock che aveva conquistato il mondo. Da solo però non è riuscito a ripetersi e, malgrado 2 dischi di buon livello con i Dirty Pretty Things, è stato offuscato dall’esplosione del fenomeno Doherty/Babyshambles. Così mentre si parla della reunion dei Libertines sul palco, Barat lancia il suo primo disco da solista e cambia decisamente genere. Il disco non è male ma non all’altezza delle aspettative di un pubblico che ha visto in lui uno dei cardini del rock britannico. Un ascolto di certo piacevole, ma nulla di più e anzi, in alcuni tratti, persino ripetitivo e privo di ingegno musicale. Le sonorità sono cambiate e da subito ci si accorge della presenza di strumenti nuovi nel repertorio Barattiano. Lunghe suonate di piano e ritmi vicini allo swing accompagnano la prima parte del disco. Ritornano le chitarre acustiche ad accompagnare la voce di Barat che a tratti si fa quasi dolce. I testi sono di buon livello, ma resta però il forte dubbio che Carl si sia voluto rifare all’amico Pete per darsi un tono e si sia buttato su una musica più lenta ritrovandosi in mano canzoni mosce e musicalmente poco accattivanti. Speriamo che dopo qualche concerto acustico Carl si stanchi, riprenda in mano la sua bella chitarra elettrica distorta e si rimetta a fare quello che gli riesce meglio lasciando a Doherty il ruolo del poeta maledetto.

Simone Brengola