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Dove sei Twiggy?

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Voglio farvi credere che le recensioni le scrivo di notte, in un monolocale lurido con la mia macchina da scrivere fumando una sigaretta dietro l’altra mentre ascolto i dischi che arrivano in redazione e blatero di “muro di suono” o di “rivoluzione musicale”.


Ma ahimé i tempi sono cambiati, Lester Bangs è morto e io sono davanti al portatile in pigiama con pochi minuti a disposizione. 

E quindi, insomma, arriva questo disco davvero caruccio in redazione di un gruppo che si chiama Twiggy è Morta e che si intitola “Credo mi citeranno per danni”. Inizio ad ascoltarlo con molta calma e dopo poco decido di recensirlo su Urlo. Niente di sperimentale, di potente, come le cose che solitamente piacciono a me, ma in qualche modo ho pensato che il gruppo, come si pongono, l’ironia e la loro musica valgono. E che a qualche lettore potrebbe interessare vederli dal vivo o ascoltarli su disco.

La “Twiggy” a cui si riferiscono sarebbe Twiggy Lawson, cioè Lesley Hornby, supermodella londinese che divenne celebre durante il periodo della Swinging London e che recitò anche nel film Blues Brothers (avete presente quella ragazza a cui Elwood aveva dato un appuntamento in un’area di servizio? Proprio lei!). Credo che la domanda che questi quattro baldi giovani di Roma si pongono derivi dal fatto che è da un po’ che non si sa più niente di lei e quindi.. sì insomma, magari era morta e nessuno ne sapeva niente. Invece è viva e vegeta ed ha 63 anni! Incredibile no?
Comunque questo non c’entra un cazzo con la band ma 3000 battute so ‘na cifra e il messaggio che vi deve arrivare è che Twiggy è morta! No, non che Twiggy è morta, ma che la band “Twiggy è Morta” sono un bel gruppo, ascoltateli e “canosciateli” (“checcazzodico! Un film di Pina Senalefe”), ma se proprio volete un po’ di critica noiosa… ok, va bene, ve la dò, basta chiedere.

“Il Parossismo del cuore”, brano di punta dell’EP di cui parlavo e prodotto dalla HitBitRecords (Masoko, Gli Illuminati e Wake up call) di cui è stato anche girato un videoclip, non è il motivo per cui ho deciso di recensirli. Se l’intero EP fosse stato come quel brano non avrei scritto nulla, perché suona bene, ok, ma è poco incisivo: “cosa sentono nello stomaco le farfalle innamorate?” è la strofa iniziale di un testo forse troppo diretto. Loro giocano molto su una sorta di “ermetismo”, un po’ come i Verdena che hanno dei testi al limite del non-sense, però l’accostamento di quelle parole ti trasmette qualcosa. Poi il parlato “incazzato” verso la fine del brano è identico al cantato di un certo Pierpaolo Capovilla che ci ha veramente rotto li cojoni.

Mentre “Legno” è un pezzo molto buono: “un’enorme calamita si scatenerà/ma non mi attrae nulla/e non mi attrarrà/io sono legno”. Qui funziona tutto, come anche in “Crepapelle” e “A Bocca Aperta”, ma in “Legno” si nota di più: cantautorato rock italiano che vuole comunicare emozioni, sensazioni, attraverso la complessità dei legami tra una parola e l’altra. Legami meno scontati del solito: niente male!

Marco Casciani