Home Cultura Musica e Rumori di Fondo

Franco Battiato – Inneres Auge (il tutto è più della somma delle sue parti)

SHARE

Si era preso una bella pausa Battiato con le raccolte di brani ‘Fleurs’. Si era divertito a ripercorrere i brani celebri di un’ epoca e ricantarli lui, con qualche celebre ospite, come se le hit degli anni ’60 e ’70 fossero tutte sue.
Ora basta però! Un’ artista sensibile e a tutto tondo come lui, uno che ha sempre avuto una spiccata vena critica nei confronti dell’ ignoranza e della politica corrotta ma soprattutto uno scoperto da ‘sua maestà’ Giorgio Gaber non poteva continuare a fare cover di Gino Paoli e Caterina Caselli in questo momento storico.

Ed eccolo ritornare quindi, il Battiato che nel 1991, prima di Mani Pulite e della fine, ingloriosa, della Prima Repubblica, scriveva Povera Patria un J’accuse contro la società italiana definita lo ‘stivale dei maiali’. Inneres Auge, lo sguardo interiore, la propria coscienza, è il brano che dà il titolo all’ album. E’ un brano rabbioso. Come a volersi sfogare dello schifo che lo circonda Battiato, con la sua solita voce pacata, utilizza metafore animalesche per descrivere i detentori del potere come ‘api accanite divoratrici’ e ‘lupi ululanti’. La musica fa il resto, le tastiere con un ritmo battente ed un suono cupo che ricorda gli organi da chiesa, gli archi che al contrario danno leggerezza al suono ed, in fine, la genialità del Battiato compositore di inserire effetti sonori elettronici che sanno tanto di anni ’80 ma che si uniscono perfettamente al sound della canzone. Il ritornello ci pone davanti ad una scelta, se seguire la linea orizzontale ed essere dei materialisti o, al contrario, scegliere la linea verticale verso il cielo e lo spirito. Battiato si affida all’ Inneres Auge appunto, il suo sguardo interiore.
Il resto del disco è composto da riproposizioni di vecchie canzoni della discografia dell’ artista scelte comunque con maestria per entrare a far parte di un album che vuole criticare ma soprattutto far riflettere. Un’ Altra Vita potrebbe essere quella che si auspicano gli italiani come Haiku vuole essere una via di fuga dalla vita terrena e materiale. Stage Door è forse il punto più alto che raggiunge il disco, il testo immortale e profondo è riproposto con un arrangiamento musicale più moderno e mistico sulla linea di Inneres Auge. Con Inverno Battiato ricasca nelle cover alla Fleurs ma in questo caso l’inverno, che era di De Andrè, è visto come metafora del periodo triste e freddo che stiamo vivendo. L’album si chiude con U’Cuntu l’ altro inedito del disco che alterna la modernità delle tastiere elettriche alla liturgia di un canto quasi spirituale in latino.
Non sappiamo se Inneres Auge anticiperà svolte epocali nella storia italiana come fece nel 1991 Povera Patria; sicuramente però si sentiva l’ esigenza di un disco di questo genere da parte di Battiato, sia per lo spessore dei testi e della musica sia per la forza che hanno le canzoni di far prendere coscienza alle persone che le ascoltano.

Simone Brengola