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Giancane: come farsi mandare a quel paese ed esserne felici

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Una nuova recensione di Rumori di Fondo

“La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò, è l’ultima volta che faccio cose come questa. Metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, Natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai”. Mark Renton (Ewan McGregor) in Trainspotting di Danny Boyle, 1996

Una cara, vecchia, inossidabile, odiosa tendenza del cosiddetto indie italiano (mutuata direttamente dalla tradizione cantautorale) è di cantare di tutto. Ma proprio di tutto. Per diversi motivi: da una parte la necessità di sfuggire all’evidente stanchezza nell’uso di temi cantati e narrati da decenni – se non da secoli – spesso anche diventati di dominio di gran parte della produzione del nemico per antonomasia (e segreto sogno erotico-finanziario) del panorama indipendente, il mainstream; dall’altra l’appiattimento omogeneo delle aspirazioni e dei sogni del pubblico di ascoltatori, e soprattutto della loro capacità di esprimerli e di formularli, con Che Guevara sostituito da Steve Jobs, e col Libretto Rosso di Mao sostituito dagli Amici di Maria. Senza fare dell’idiota e sterile nostalgia per un mondo nel quale non ero ancora nato, c’è da chiedersi però perché la qualità di ciò che si vorrebbe dalla vita si sia sempre più ridotta sia nel sogno da raggiungere (più piccoli, e quindi più gestibili) e nel tempo nel quale raggiungerli (più piccolo, e quindi più vicino). Con “Una vita al top”, Giancane (al secolo, Giancarlo Barbati) prende tutti i cosiddetti “sogni” degli ultimi venti anni e li passa al tritacarne. Sotto il suo buon tiro folk e la sua voce ruvida, si nasconde (ma neanche troppo) una attitudine fortemente punk intrisa di feroce ironia e di una solida capacità di scrittura. Giancane ha la capacità di prendere seriamente la sua intenzione di non prendere nulla sul serio, e trasmette una forza di stampo rock che molti colleghi avrebbero il sacrosanto dovere di invidiargli e cercare di rubargli a piene mani, se proprio non riescono a tirarla fuori da loro stessi. Giancane ama quello di cui canta: nonostante lo derida, ci sputi sopra, lo minimizzi e gli auguri il peggio possibile, è impossibile non notare la passione che trasuda in ogni momento dalle sue canzoni. Le mode, le abitudini, le schifezze della gente non diventano qualcosa da prendere in giro dall’alto di una propria presunta superiorità, ma vengono vissute con pienezza nel loro squallore, vengono attivamente combattute o edulcorate o sbeffeggiate: ma sempre sapendo ciò di cui si parla. Giancane non parla del proprio mondo solo perché va di moda parlare del proprio mondo: la vera indipendenza non è nello stile ma nel cuore.

Flavio Talamonti