Home Cultura Musica e Rumori di Fondo

Il mare verticale: il meraviglioso piacere di perdersi

SHARE
Il Mare Verticale Uno

Gruppo romano formatosi nel 2013 capace sia di grande cupezza che di enorme apertura

Avevamo tutti più o meno quell’età in cui non hai ancora deciso se mettere su famiglia o perderti per il mondo” Mediterraneo di Gabriele Salvatores, 1993

Alla fine, è tutta colpa di Cristoforo Colombo. Non poteva farsi gli affari suoi, nossignore. “Poco poco ho ragione ed è veramente tonda, famo i sordi!”, ed ecco convinta Isabella di Castiglia, che subito ordina di donare al genovese tre caravelle, qualche decina di uomini, e tanti saluti. L’uomo che si è perso più di tutti gli altri ha smesso di far perdere tutti quanti. Il mondo dei viaggi fantastici, dei miti, delle terre sconosciute all’uomo, muore il 12 ottobre del 1492, quando viene dimostrata che alle Indie ci si arriva girando in tondo: sì, al massimo fai un frontale con le Americhe, ma non stiamo sempre a trovare il pelo nell’uovo, suvvia. La Terra è rotonda, ergo finita. Ci vorranno secoli per conoscerla tutta, ma ormai la disgregazione del mistero è avviata. Ogni nuova scoperta distrugge un po’ di ignoto, e i luoghi della mente restano l’unico grande mondo ancora da esplorare. O meglio, restavano: Sigmund Freud, te possino. È incredibile come l’aumentare vertiginoso delle scoperte in qualsiasi campo, soprattutto negli ultimi decenni, non abbia lasciato alcuna traccia di sé nella percezione che l’uomo ha della propria solitudine e impotenza: come se la conoscenza non servisse a fare luce, ma solo a vedere ancora di più quante ombre ci sono. Forse vanno cambiati i paradigmi della ricerca: buttarsi a capofitto, lasciarsi andare, non più utilizzarla come mezzo per raggiungere un fine, ma elevarla a fine stesso, perdersi per lo splendido piacere di perdersi, senza più alcuna speranza o paura sul proprio ritrovarsi. I quattro giovani che compongono il progetto de “Il Mare Verticale”, gruppo romano formatosi nel 2013, si sanno perdere nella (e con la) propria musica con estremo talento, ma soprattutto con l’estremo piacere di suonare per il semplice gusto di farlo: senza porsi obiettivi, ma solo godendo della loro necessità di esprimersi. Intendiamoci, questo è il motore primo di chiunque approcci sinceramente alla musica, dal mainstream all’ambiente indipendente ed underground: ma non sono in tanti a riuscire a trasmettere efficacemente all’ascoltatore la genuinità di questo approccio alla composizione e alla scrittura. “Il Mare Verticale” propone una musica carica di emotività, poesia ed estrema consapevolezza: tutti i passaggi, anche quelli meno riusciti, sono frutto di una ricerca stilistica ben definita e delineata, che riporta alle atmosfere degli ultimi Talk Talk (tempo fa, sempre su questo giornale, parlai del loro grande capolavoro “Laughing stock”: vi invito ad ascoltarlo a breve distanza dall’ascolto di “Uno”, l’ultimo disco del quartetto capitolino). Capaci sia di grande cupezza che di enorme apertura, la musica de “Il Mare Verticale” è la perfetta colonna sonora di un viaggio senza meta, che faccia dell’errare l’unico motivo di essere: con i loro tappeti di sintetizzatori, le voci sussurrate, le liriche non banali ma anzi fortemente pregnanti di una introspezione mai facile o sterile, e con la loro leggerezza fatta di situazioni musicali puntuali e dotate di grande gusto, anche quando non pienamente convincenti. Brano da ricordare: “Tokyo” (personalmente, una delle canzoni più commoventi che abbia ascoltato in questo ultimo anno di continue scoperte musicali)

Flavio Talamonti