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Intervista ai Widowspeak

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Quattro chiacchiere con i Widowspeak, di cui trovate la recensione dell’ultimo lavoro sul nuovo numero di Urlo di questo mese. 


Il vostro primo album è stato recensito davvero bene, sia dalla critica che dal pubblico. Solitamente si dice che il secondo lavoro sia più difficile da realizzare del primo. Come vi siete sentiti durante le diverse fasi di questo lavoro (ad esempio, la composizione, la registrazione ecc). Che tipo di obiettivi vi siete posti?

Sapevamo fin dall’inizio che ci saremmo rapportati a questo disco con grande ambizione. Volevamo comunicare di più, perché dal primo disco siamo tutti cresciuti dal punto di vista creativo. Abbiamo scritto la maggior parte di Almanac la scorsa estate dopo che Michael ha lasciato la band, e sia il cambiamento della line-up che l’energia accumulata ci hanno dato la forza di focalizzarci sulla scrittura delle canzoni: abbiamo avuto un approccio diverso. Il processo che ha portato alla creazione del disco è stata la migliore esperienza che potevamo immaginare. Eravamo in questo enorme, antico fienile nella parte settentrionale di New York e la naturale bellezza del luogo ha influenzato idee e i concetti che avevamo già in mente di inserire nelle canzoni. 

Perché la scelta del titolo “Almanac”? Da dove viene?

Abbiamo scelto Almanac perché riassume tutte le idee e i temi che ci ronzavano per la testa. I ritmi naturali e ciclici, la vita e la morte, la struttura dei calendari e il tempo, che può (o non può) finire. Ci piaceva anche l’idea di un “Farmer’s Almanac” (Almanacco della fattoria), almeno in America, come simbolo duraturo di tempi più semplici. 

Come vi siete sentiti a lavorare con Kevin McMahon?

È un produttore eccezionale e una grande persona. Perfetto per questo disco. Iniziammo il lavoro con molte idee precise su ciò che desideravamo ottenere, e lui ha fatto in modo che si realizzassero proprio come volevamo. Ha intuito ciò di cui avevamo bisogno.

Ho letto che l’idea di un’Apocalisse imminente, profetizzata dai Maya, ha ispirato la scrittura dell’album. In pratica il concetto di “fine del mondo”: cosa potete dirmi su questo?

Al di là delle superstizioni, Molly ci anticipò l’Apocalisse dei Maya da tempo, ossia da quando l’aveva dovuta studiare a scuola. Quando abbiamo iniziato a scrivere il nostro secondo album, lei voleva che quest’ultimo uscisse prima di questa cosiddetta fine del mondo. Per questo avevamo pensato ad un album dark, heavy, che fosse inerente alla paura che tutti avevamo nel futuro prossimo. Al contrario, ciò che abbiamo scritto sono state canzoni lussureggianti ed ottimistiche e alla fine abbiamo pensato più ad una progressione e ad una espansione. Non era più sulla fine e l’intero album è diventato una sorta di visione ciclica di tutte le cose, dalle linee di chitarra, ai ritornelli e le strofe, ai temi presenti. 

Quanta sperimentazione c’è nella vostra musica e quante caratteristiche standard? Mi riferisco ai clichè delle canzoni pop o ad esempio alla tipica struttura compositiva del blues…

Rob tende a sperimentare con tutti gli aspetti strumentali e di arrangiamento, attraverso lo stile e la tecnica o la tonalità. Molly ha un approccio più tradizionale alle canzoni e scrive testi e melodie avendo in mente strofe, qualche volta cori, qualche volta anche dei bridge. Ma non andiamo mai a comporre una canzone con una struttura già pianificata in partenza e la maggior parte di queste non si attengono al classico formato ABAB. Qualche volta scriviamo con una vena pop, o rock, o country, o della tradizione folk, ma proviamo a farlo attraverso dei filtri che ci sono propri. 

Marco Casciani