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Joy Division – Closer

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A volte ritornano. Sia che si tratti di Peter Hook (storico bassista di Joy Division e New Order, che il 18 febbraio è atterrato a Roma per suonare tanti brani delle sue band storiche), sia che si tratti di una recensione del gruppo di Manchester sulle pagine di questo giornale.

E dire che di album “fondamentali” da proporvi ne esistono a decine, se non centinaia, e potrei scrivere anni senza ripetermi. Ma le vecchie fiamme non si spengono mai. Soprattutto quando si tratta di recensire il gruppo che più di tutti gli altri ha costituito per te uno spartiacque tra quello che si era ascoltato prima e quello che si sarebbe ascoltato in futuro. Ma “Closer” è (quasi) oggettivamente un confine. Tra il punk (più marcato nel loro primo lavoro, “Unknown pleasures”), il post-punk e la new wave; tra i Joy Division e i New Order, che nasceranno dalle ceneri dei primi; tra la disperazione e la consapevolezza (e quindi accettazione) della fine; tra la vita e la morte, sostanzialmente. Di Ian Curtis in primis, suicidatosi il 18 maggio 1980, a due giorni dall’inizio del loro tour americano; ma in fondo di ognuno di noi. I Joy Division narrano di indifferenza di fronte alla corruzione del mondo, di sofferenza fisica e psicologica (Curtis soffriva di epilessia e di depressione), in un lungo cammino carico di ineluttabilità, di cui siamo a conoscenza sia dell’odiosa destinazione finale sia dell’impossibilità di ripercorrere i propri passi. Accompagnati da ritmi incalzanti ed ipnotici, minacciosi e opprimenti, da chitarre taglienti come lame affilate e suoni sintetici di freddi sintetizzatori (che la faranno da padrone nei futuri New Order). I capolavori sono spesso permeati della sofferenza degli artisti che li hanno creati: “Closer” è sofferenza esso stesso.

Flavio Talamonti