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Kaiser Chiefs – The future is medieval

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Che il futuro attinga dal passato in musica è ormai un dato di fatto. Quello che non mi sarei mai aspettato è di sentire una band, fino ad ora musicalmente mediocre, fare un salto di qualità così repentino.


I Kaiser Chiefs dopo tre anni di sterile indie-rock tutto chitarre e ritornelli accattivanti, vedi “Ruby”, riescono a fare il miracolo. The Future Is Medieval non è propriamente un album. È una raccolta, una piccola antologia di musica inglese. Anche la forma è diversa, non un album composto dalle canoniche 12 canzoni. Ben 20 tracce disponibili sul sito della band e scaricabili a gruppi di 10, come a dire ascoltatele e create un vostro disco con le vostre preferenze. Trovata interessante a livello di marketing, l’industria musicale non sa più cosa inventarsi da questo punto di vista, ma c’è altro oltre alle strategie di vendita. L’album è buono, “Can’t Mind My Own Business” e “Heard it Break” hanno forti influenze 80’s e synth pop, “I Dare You” richiama la dance e le sonorità dei Depeche Mode, “Long Way From Celebrating” e “Problem Solved” sono due bombe indie-rock. “My place is Here” e “Fly On The Wall” hanno sonorità che richiamano il pop anni ’80 e si spingono quasi verso il brit anni ’90, “Little Shocks” sarà probabilmente il singolo di lancio e, in generale, è la canzone più immediata dell’album.
Come detto c’è molta Inghilterra in questo album. C’è dentro qualcosa che richiama il dualismo Blur/Oasis con qualche punta di Verve e quindi un evoluzione del brit anni ‘90. C’è immancabile il richiamo agli anni ‘80 alla wave inglese ed al synth pop e, naturalmente, il tutto è tenuto insieme dall’indie classico dei Kaiser Chiefs che non abbandonano mai le loro chitarre, a dire la verità a volte anche troppo presenti in alcune canzoni. Una band mediocre, capace di far uscire 3 album ed essere ricordata a malapena per 2/3 canzoni è riuscita a fare un salto di qualità notevole. Sarà un’ispirazione passeggera o avranno finalmente imparato a concepire un album e non solo singoli.

Simone Brengola