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Luminal

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Il feroce suono della verità

“Un lupo non sa perché è un lupo, un alce non sa perché è un alce, Dio li ha fatti così e basta. Tutti quanti hanno il demonio dentro, ok? Il demonio vive dentro di noi, lui si nutre del nostro odio, ferisce, uccide, violenta, sfrutta le nostre debolezze, le nostre paure, solo ciò che è malvagio sopravvive. Tutti noi sappiamo bene lo schifo che siamo da quando cominciamo a respirare e così dopo un po’ si diventa cattivi. E comunque conosco un sacco di gente che merita di morire”.

Mickey Knox (Woody Harrelson) in Assassini nati – Natural Born Killers di Oliver Stone, 1994

Avete mai visto un documentario? Bene. Magari ambientato in luoghi selvaggi e distanti da noi? Meglio. In compagnia di una persona facilmente impressionabile, di quelle che si sono fatte dieci anni di analisi dopo la morte della mamma di Bambi? Perfetto. Sarete quindi già consapevoli del fatto che appena la monotona voce narrante azzarderà anche solo una timida previsione sul futuro della gazzella di turno intenta ad abbeverarsi sulle rive del Nilo, l’individuo facilmente impressionabile di cui sopra si coprirà gli occhi, assumendo un ricordo di posizione fetale mentre invocherà con insistenza l’abbattimento di ogni antenna e satellite tv nell’arco di centinaia di chilometri. Lo stesso individuo commenterà con voi, nell’arco delle successive ventiquattro ore, l’ultima puntata di una bellissima serie incentrata su omicidi rituali di giovani donne nelle fredde notti scandinave. Nonostante ci si consideri ormai assuefatti alla violenza in ogni sua rappresentazione, appena la si trovi in contesti non “usuali” (fosse anche quelli naturali filmati dal documentario, in un’epoca intrisa di artificiale e artificialità) si riesce ancora a sentire quel cazzotto sullo stomaco che, nonostante la sua crudezza, ha la capacità di farti sentire più vivo che mai e, possibilmente, a far scatenare in te profonde riflessioni. La durezza dei Luminal, il loro (apparente) nichilismo e la loro profonda rabbia intrisa di un’ironia ferocissima e spietata, riescono a colpire forte e chiaro, vuoi per senso di appartenenza alle storie tragiche e crudeli che narrano, vuoi per la potenza che – volontariamente – esprimono con pochissimi mezzi (i brani dei loro due ultimi album, “Amatoriale Italia” e “Acqua azzurra, Totò Riina”, sono costruiti quasi totalmente con basso e batteria), vuoi per (in)sano disgusto all’ascolto delle descrizioni dei protagonisti delle loro canzoni, uomini e donne che, per scelta, per necessità o per semplice vigliaccheria, si trovano a fuggire dalle loro vite, a ricercarne un senso nel denigrare e umiliare il prossimo, a fare i conti con i propri sbagli, le proprie angosce, le proprie paure, ma soprattutto con il loro immenso squallore. I Luminal, con i loro testi, riescono a non far cadere l’ascoltatore in una sterile pietà compassionevole nei confronti di questi “poveri derelitti”, ma al contrario stimolano in lui la necessità di confrontarsi con il proprio vissuto, con il crescente terrore di ritrovare nelle proprie debolezze quel senso di schifezza e inutilità narrato dal trio romano. Devastanti.
Ps. Andate appena possibile ad un loro concerto: vi farà male, ma vi farà bene.

Flavio Talamonti