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Nirvana – Nevermind

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nevermind

La musica è un’arte collettiva. Musicisti, produttori, fruitori fanno parte di una complicata rete di relazioni – assolutamente imprescindibili le une dalle altre – che fanno sì che un disco non sia mai come ce lo si aspettava all’inizio.

Il prodotto finale è diverso per l’artista che ha creato le canzoni, per il produttore che ha dovuto presiedere alle sessioni di registrazione e di missaggio, per l’appassionato di musica che si era già fatto un’idea del risultato, dovuta a confronti con precedenti lavori dell’artista o alle opere di altri.

E spesso questo può comportare errori di valutazione, può portare a pentirsi di essersi affidati a quel produttore, di aver prodotto quel determinato artista, di aver comprato quel determinato disco. Kurt Cobain, cantante e chitarrista dei Nirvana, non era soddisfatto delle registrazioni finali di Nevermind, il loro secondo album: rimproverava al produttore Andy Wallace (produttore, tra gli altri, di Rush, Springsteen, Jeff Buckley, Aerosmith, Faith No More) di aver troppo smussato gli angoli del materiale prodotto, di averne troppo accentuato la dinamica e la profondità. Nevermind avrebbe venduto 10 milioni di copie – contro le trentamila del loro primo e precedente album, Bleach – e sarebbe entrato nell’olimpo dei capolavori del rock. Equilibrata miscela tra sonorità aspre e arrangiamenti nitidi, tra potenza rock e melodia, il disco è diventato il simbolo di un’intera generazione.

Sorretto dalla furiosa batteria di Dave Grohl (futuro leader dei Foo Fighters) e dal semplice ma efficacissimo basso di Chris Novoselic, Kurt Cobain narra della propria rabbia e del proprio dolore con una potenza iconoclasta e malinconica allo stesso tempo, consacrando lui e la sua band nel mito. Per chi ama la “fisicità” del rock.

Flavio Talamonti