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Patti Smith – Horses

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La travolgente energia di Patti Smith

Nei palinsesti televisivi estivi non verranno sicuramente a mancare due (ormai) predominanti tipologie di programmi: quelli di cucina e le cosiddette “crime series”. Se dai primi ho imparato che per fare bella figura preparando una perfetta cena ai propri amici è necessaria una spesa media di centinaia di euro, dalle seconde ho capito che le storie gialle che funzionano meglio sono quelle più credibili, che presentano allo spettatore tutti gli indizi per arrivare alla conclusione, e dando quindi la possibilità a tutti di risolvere il caso prima ancora che ci possa arrivare il detective di turno. Indizi (o presunti tali) che – almeno da una ventina di anni – ci danno a intendere come il rock sia morto, sono stati disseminati lungo tutta una serie di situazioni musicali (la mancanza di una ricerca artistica significativa), socio-culturali (la prevalenza degli immaginari pop, house e techno prima e hip-hop poi su quello rock) e storici (il progressivo spegnersi delle spinte di protesta dopo la caduta del comunismo e la fine della guerra fredda). Se dovessimo affidarci solo al nostro raziocinio e alla nostra fredda capacità analitica, non riusciremmo a spiegarci la travolgente energia che Patti Smith (protagonista con la sua band di un meraviglioso ed entusiasmante concerto a Roma il 14 giugno scorso) ha saputo sprigionare: quasi due ore di concerto, durante le quali la Sacerdotessa del Rock (titolo che le viene giustamente affibbiato già da diversi decenni) ha riproposto interamente il suo album d’esordio, “Horses”, a quarant’anni dalla sua pubblicazione. Una dimostrazione di come il rock abbia forse subito alcuni acciacchi con gli anni, ma sia ancora vivo e vegeto, con tutta la sua potenza, di cui Patti Smith costituisce ancora uno dei più grandi esempi della sua storia.

Flavio Talamonti