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Radiohead – A Moon Shaped Pool

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Ogni lavoro dei Radiohead riesce a rapirmi e sorprendermi. Mi meraviglio dell’incredibile costanza con la quale la band di Oxford riesce a sfornare musica di livello assoluto, mai copia di sé stessa ma sempre in continua evoluzione, alla ricerca di un equilibrio perfetto tra la sintesi elettronica e lo strumento suonato. Le melodie di Yorke, ancora una volta, diventano strumento musicale capace di sollevare i sentimenti dell’ascoltatore: la malinconia che traspare dalle liriche viene annullata, come un’espiazione rituale, per ritrovarsi in un mondo sospeso, intangibile eppure confortevole, caldo.

La gestazione di “A Moon Shaped Pool” è durata ben 4 anni ed è chiara la prosecuzione di un viaggio cominciato con “In Rainbows”: il disco si apre con “Burn the Witch”, già realizzato ai tempi di “Kid A”, in cui tra gli archi ed il synth la voce di Yorke gioca costruendo l’impalcatura di un genere che potremmo definire folk-cosmico.

Si prosegue con “Daydreaming”, leggera ed essenziale; suoni lontani a ricordare eventi passati e perduti che riaffiorano. “Decks Dark” sembra la prosecuzione naturale del brano precedente che suggella il mood lunare del disco. “Desert Island Disk” accarezza l’anima senza ricorrere all’uso dell’elettronica, bastano i fingerpicking a colorare di psichedelia il brano. In “Ful Stop” ritorna preponderante l’elettronica ad arricchire la tensione del brano senza mai allontanare il mood del disco dalle atmosfere lunari. Poi “Glass Eyes”, “Identikit”, “The numbers”, “Present Tense”, “Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief”, fino ad arrivare alla sublimazione dei sensi: “True Love Waits”, vecchio brano da “I Might Be Wrong”. Il brano è un brivido meraviglioso, una preghiera dell’anima che penetra fin dentro le ossa. God Save the Radiohead.

David Gallì