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Radiohead – The Bends

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musica 137 - radiohead the bends

Pietra miliare del rock’n’roll di tutti i tempi

Anno 1995, siamo in piena era di esplosivo brit-pop. È l’anno di “Different class” dei Pulp, di “What’s the story morning glory” degli Oasis, di “The Great Escape” dei Blur. Anche i Radiohead, grazie al loro primo disco, “Pablo Honey”, datato 1993 fanno parte, nell’immaginario collettivo, della stessa scena brit. E il 16 giugno esce per la Parlophone il secondo album della band di Oxford: “The Bends”. Se Pablo Honey era stato un discreto esperimento per il quale, però, Yorke e soci avevano sempre mostrato sentimenti contrastanti (e futura riluttanza ad eseguire dal vivo i suoi brani), “The Bends” entra prepotentemente nei loro cuori. La band vuole che sia l’album della differenziazione, della liberazione da tutte quelle affinità che li avevano fatti accostare alla scena brit-pop. Lo stile ora è più originale, il suono diventa più malinconico, introverso, con ballate appassionate come “High and dry” in stile Morrissey e con testi decisamente più votati al nichilismo ed al pessimismo (che diventerà il puro stile Thom Yorke) come “Fake plastic trees”. Acquisiscono personalità grazie a chitarre incalzanti come in “Just” o ai suoni psichedelici di “Planet telex”, per passare poi al romanticismo in chiave yorkiana di “Blackstar”. Ma le tracce più significative sono, forse, quelle che forniscono la più alta rappresentazione Radioheadiana del disagio giovanile dei nineties: la schizofrenica “My iron lung” e la litania allucinata di “Street Spirit (Fade Out)”. Ne risulta un album inquieto, oscuro, triste ma anche rabbioso e terapeutico. Un susseguirsi di emozioni che spaziano dalla dolcezza degli accordi acustici all’ossessivo timbro vocale di Yorke. Non c’è stata ancora quella svolta elettronica (a tratti anche eccessiva) e, forse, anche per questo “The Bends” risulta, riascoltandolo dopo anni, sempre accattivante, vero e genuino. Pietra miliare del rock’n’roll di tutti i tempi.

Guido Carnevale