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Slint – Spiderland

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C’è il disco che quando lo ascolti per la prima volta non è immediato. Lo osservi e capisci che c’è qualcosa dentro, qualcosa di trascinante che non hai afferrato. Lo ascolti di nuovo e ti esplode nella pelle. Kentucky, Louisville, 1991. Gli Slint pubblicano “Spiderland” a distanza di due anni dal loro esordio “Tweez”. Questo, purtroppo, sarà anche l’ultimo ricordo di una band incredibile e imprescindibile per chiunque voglia esplorare le origini del post-rock e di tutte le sue atmosfere, dai Mogwai ai Sigur Ros. “Spiderland” è un’emozione difficile da spiegare ma dalla quale è impossibile sottrarsi: non c’è nessuna tecnica sopraffina (anche se tutti i musicisti hanno poi percorso strade notevolissime) e i brani vengono spesso introdotti da riff in slow mood, crescendo al crescere del testo, fino a esplodere in una bramosia di espiazione e promessa di cambiamento. La stessa voce di Brian McMahan segue lo stesso ritmo cominciando con tono sommesso, a volte parlato, per poi squarciare le atmosfere nella deflagrazione di ogni negatività. Uno dei brani più rappresentativi della loro poetica è “Don, Aman”: il pezzo riesce a colpire pur non avendo nessuna centralità nella melodia ma solo nell’emotività. “Good morning, Captain”, sublime e profonda. “The Washer”, capolavoro assoluto. L’intero disco è rendering affascinante del desiderio di allontanamento dal disagio e dal dolore, perfetta traduzione musicale anni ’90 del romanticismo inglese e francese. Vi avverto, è un album freddo e spettrale, ma sarà uno degli album più belli che mai ascolterete.

David Gallì