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The National – Trouble will find me

Il profondo contrasto tra la gioia e il disincanto

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Soave, leggero, intimo, grigio. Questi sono i primi aggettivi che istintivamente accosto al sesto disco della band di Cincinnati, che, almeno fino a settembre, sarà anche l’ultimo della discografia, data l’imminente uscita del nuovo album.

La collocazione di genere è sempre quella del filone post-punk, nata nei sobborghi di Manchester con i Joy Division e la Factory Records, ma con una proiezione più folk, filosofica e solare, con meno epilessie da chitarre convulse ma con un suono pulito alla ricerca di melodie armoniose e distese.

L’etichetta è la storica 4AD, che merita una citazione speciale essendo rimasta una delle poche e coerenti certezze del nuovo millennio; le atmosfere infatti sono sempre quelle profonde e malinconiche, cavallo di battaglia della storica casa discografica britannica, sempre all’avanguardia nella ricerca del sound non propriamente disimpegnato e allegro (basti citare tra gli artisti della 4AD Nick Cave con i suoi Birthday Party, Bauhaus, Cocteau Twins, Dead can Dance, Mark Lanegan, Bon Iver).

Il disco trasmette immediatezza, dimensione forse mai raggiunta nei precedenti album: “Graceless”, “Don’t swallow the cup”, “Need my girl”, “I should live in salt”, non hanno avuto bisogno di un attento riascolto ma sono riuscite ad entrare subito in circolo nella mia sfera di emozione sonora.

La voce baritona di Matt Berninger accompagna con dolcezza e calore le bellissime liriche in chiaroscuro che descrivono amori e disperazioni esistenziali in chiave colloquiale e con l’aggiunta di accattivanti metafore che attraversano episodi della vita di tutti i giorni. Lo stesso Berninger ha descritto il disco come “fun songs about death”, per raccontare il profondo contrasto tra la gioia e il disincanto che permea tutto il disco.                       

David Gallì