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Vi racconto il delirio chiamato Moster Dead

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Ritrovarsi a percorrere un lungo tunnel decorato con inquietanti decorazioni fluo è “na cifra coatto” come incipit per un racconto che vuole essere una sorta di recensione “gonzo” per il duo romano dei Moster Dead.

 

Vi dico le parole chiave e poi chi è veramente interessato faccia le sue ricerche (tanto i più saranno presi a leggere gli aggiornamenti su Malagrotta o sul Pup Da Vinci): cercate Gonzo Journalism e Hunter S. Thompson (immortalato da Terry Gilliam nel film “Paura e Delirio a Las Vegas”). E poi naturalmente, se alla fine del pezzo vi ho incuriosito su questi Moster Dead, fate un salto su moster-dead.bandcamp.com per capire chi conta veramente oggi.
È così difficile camminare qui dentro per due motivi: i Moster Dead spaccano sul palco e non ci sono dubbi: a meno che non hai il buongusto di un ornitorinco marchigiano, ti piacciono, fidati!
L’altro motivo è per via di tutti questi uomini e queste donne fumati, sornioni, appoggiati ai muri e buttati per terra. Qualcuno è anche a faccia in giù quasi come un soldato vittima di chissà quale guerra (interiore). “Stai combattendo la tua guerra amico, buona fortuna!”. Cerco di capire dov’è la fonte del frastuono che riempie quello spazio pieno di uomini e donne che fumano, bevono e muovono le mascelle per parlare, parlare, parlare, parlare, parlare e parlare. Ah ecco uno che sbadiglia! E un altro che sputa per terra… la bocca è qualcosa di veramente spaventoso.
Quella valanga sonora emessa dagli amplificatori sembra avere una consistenza e un’ampiezza maggiori dello spazio contenuto dal tunnel “fluo”. Il risultato? Un bellissimo quanto chiaro esperimento di fisica: la cara vecchia Pressione. E così eccoci tutti investiti da questo spostamento d’aria perpetuo, questo suono così potente da rendere la faccenda alquanto bizzarra. Vedo le ciabatte di quello davanti a me che mi arrivano dritte in faccia, poi vedo lui scalzo aggrapparsi ad un palo e agitare le gambe in aria come un aquilone. Io riesco solamente ad agguantare la coda di un cane che a sua volta aveva piantato i denti sul piede di quello attaccato al palo. Nel frattempo continua ad arrivarmi addosso di tutto. Scarpe, cappelli, mozziconi di sigaretta, borse, indumenti, persone. Si, perché, la pressione man mano aumenta e uno delle “vittime di guerra” mi arriva addosso gridandomi: “Ci siamo fratello! È arrivato il momento della resa dei conti! Non sono così eccitato da quando Lady Gaga cantava Just Dance”. Questo la guerra l’ha persa un sacco di tempo fa – penso – poi guardo verso il palco: l’immagine che vedo è quella di due figure dal volto truccato che suonano basso e batteria, in trance, a testa bassa, gobbi, inquietanti e grida megafonate che sembra non vogliano comunicare nulla, e quindi dicono tutto.
Poi leggo il loro nome: Moster Dead… Perché non c’è la “n”? Mi chiedo un secondo prima di essere travolto.

 

Marco Casciani