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Il Re di Negombo, l’ipotesi e il sogno di una vita diversa

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Nell’ambito della rassegna teatrale “LET” promossa dal Teatro Cometa Off approda il monologo di Gianni Clementi interpretato da Riccardo Fabretti

Anche quest’anno il Teatro Cometa Off propone “LET” (Liberi esperimenti teatrali), la rassegna ormai partita il 12 Gennaio e che terminerà il 7 Marzo, una vetrina di drammaturgia contemporanea e nuovi linguaggi scenici, in cui a succedersi sul palco sono produzioni giovani e testi inediti, per un totale di 29 spettacoli in poco più di due mesi. Dal 16 al 18 Febbraio è la volta de “Il re di Negombo”, monologo scritto e diretto da Gianni Clementi e interpretato da Riccardo Fabretti. Lo spettacolo trae spunto da un fatto di cronaca che nel luglio 2004 creò un caso mediatico: l’uccisione di Luciano Liboni detto “il lupo”, ricercato per l’uccisione di un carabiniere. Alla morte, avvenuta nelle vicinanze del Circo Massimo durante un conflitto a fuoco con le forze armate, erano presenti tanti giornalisti e proprio su questo binario corre tutto lo spettacolo; da una parte il dramma personale, l’individualità, e dall’altra la moltitudine di professionisti decisi a spiare dal buco della serratura, a condire i fatti e trasformare la cronaca in gossip. Abbiamo raggiunto Riccardo Fabretti, che in questa messa in scena accompagna sapientemente  gli spettatori verso una dimensione drammaturgia complessa, verso quella vita che ne “Il re di Negombo” è solo ipotizzata, sognata.
Qual è il nucleo centrale dello spettacolo, parla a qualcuno in particolare?
È una riflessione sugli incontri che cambiano la vita e un messaggio ai giornalisti che speculano sulle notizia, giocano e fanno della morte una merce di poco prezzo su cui poter costruire storie e invenzioni. È un invito alla serietà e all’onestà intellettuale
Cosa è stato più impegnativo per lei, come attore?
Senza dubbio ho faticato a mettermi sulle spalle un personaggio così complesso, per se stesso e per gli altri, nello spettacolo cambio anche i connotati fisici
Cosa invece ha facilitato il suo incontro col testo?
Il romanzo, il sogno, il fatto che quest’uomo fosse uno di noi, che progettasse di partire per lo Sri Lanka e trascorrere lì la sua vita
Perché proprio il monologo?
Gianni Clementi voleva scendere a fondo, lasciare che un’individualità si formasse e mostrasse sul palco e niente come il monologo consente tutto questo. Liboni voleva una vita diversa e il regista si è impegnato a creare e costruire questa vita diversa. Come attore poi, il monologo è una forma d’arte che dà la possibilità di dimostrare le proprie doti e la propria versatilità
Dallo spettacolo, dalla storia, sembra che ci sia una consapevolezza sottile alla base, e cioè che non esista un destino già assegnato a ciascuno…
Un minimo di tracciato c’è (il destino), ma poi ci sono gli incontri (il caso), che determinano quello che siamo, che ci trasformano in un’infinità di varianti. Se Liboni avesse avuto un amico, una donna, se fosse già stato a Negombo la sua vita forse non sarebbe finita così.
Stefano Cangiano