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Tragedia nel campo nomadi di Tor de’ Cenci

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La tragedia del piccolo Rom morto fulminato riaccende la questione della sicurezza e dell’efficiacia del “Piano Nomadi”.


 

E’ arrivato esanime all’ospedale Sant’Eugenio. Fulminato da una scarica elettrica mentre giocava, inseguendo una palla, nel campo nomadi di Tor de’ Cenci. George, un bambino Rom di appena un anno, non ce l’ha fatta, e i medici ne hanno potuto constatare solo il decesso. Ma non è la prima vittima, negli ultimi mesi.

“A meno di un anno dalla morte di un bambino di tre anni nel rogo del campo Rom della Magliana e di sei mesi da un secondo rogo sull’Appia Nuova, dove si sono spezzate le vite di altri quattro bambini, ci troviamo nuovamente di fronte alla drammaticità di una morte inaccettabile – commenta la vicenda Alessio Stazi, coordinatore di Sel nel Municipio XII, che prosegue – non si può parlare di “tragica fatalità”, poiché fatale ci appare la politica della maggioranza comunale e l’inadeguato “piano nomadi” fatto di sgomberi dai territori, dai diritti, dalla società, orchestrato da un sindaco e da una vice-sindaco che hanno più volte strumentalizzato e cavalcato il drammatico problema dei campi Rom per il proprio tornaconto elettorale.”

Il Campo Nomadi di Tor de’ Cenci, realizzato nella prima metà degli anni 90 doveva essere una struttura d’accoglienza moderna. Allestirlo non era stato facile, date le rimostranze dei residenti che non vedevano di buon occhio l’insediarsi di quei 250 nomadi, per i quali il campo era stato progettato.

“Ricordo che Francesco Rutelli, all’epoca sindaco, dovette firmare con le parti sociali, un protocollo d’intesa, siglato con il Comitato di Quartiere ed i 3 rappresentanti dei clan presenti nell’area – rammenta Augusto de Maglie, sociologo, una vita passata al servizio dell’associazionismo tra Tor de’ Cenci e Spinaceto – nei primi tempi funzionò bene. Era previsto un presidio ambulatoriale interno, ed un servizio di guardiania, svolto da 3 vigili urbani preposti al controllo di persone in entrata ed in uscita”.

Ma non durò a lungo. Dapprima il servizio medico e poi, gradualmente, quello di controllo, vennero completamente a mancare. “La verità è che molti parlano dei Nomadi, ma pochi ne fanno realmente gli interessi” prosegue nella sua denuncia Augusto de Maglie, oggi presidente onorario del Cdq Tor de’ Cenci – Spinaceto. “Io all’epoca, subito dopo l’insediamento nel campo, organizzai per i nomadi una coopertativa sociale, la Futurservice, con lo scopo di aiutarli a trovare regolare lavoro. Andammo insieme dall’assessore Milana prima, poi all’Ufficio Immigrazione del Comune. Ne parlai addirittura con l’allora neosindaco Veltroni, ma promesse a parte, non venne fatto nulla”.

La graduale assenza di controlli e servizi nell’area, si saldò alle note difficoltà incontrate nell’integrarsi all’interno del tessuto lavorativo. E la conseguenza, fu l’emergere di un fenomeno criminogeno, molto temuto dai residenti romani, che cominciarono a parlare di “problema nomadi”.

Nel frattempo, a livello municipale e poi comunale, cominciarono a farsi strada ipotesi e progettualità intese a risolvere definitivamente la questione. E con il cambio di Giunta, la nuova amministrazione puntò decisamente su una strategia riassunta nel cosiddetto ‘Piano Nomadi’.

“Tutti i cittadini di Spinaceto e Tor de Cenci si ricordano ancora le mirabolanti promesse del centro destra sulla sicurezza – ricorda Fabio Ecca, coordinatore del Circolo Pd di Tor de’ Cenci – Tutti noi, poi, ci ricordiamo le parole del neo-vice sindaco Belviso che prometteva e spergiurava di risolvere ‘entro pochi mesi’ la questione del campo rom di Tor de Cenci”.

Una soluzione spesso sbandierata come imminente, dall’attuale assessore ai servizi sociali del Comune, ed ora vice sindaco Sveva Belviso. Un politico cresciuto ed affermatosi nel territorio anche in virtù di una strategia risolutiva, non ancora implementata. Uno dei primi effetti, prodotti dalla nuova Giunta in Campidoglio, fu di censire gli insediamenti urbani dei nomadi, distinguendo tra “campi attrezzati” e “campi tollerati”. Il sito di Tor de’ Cenci, con i suoi residenti che nel frattempo avevano quasi raddoppiato la numerosità, venne declassato nella seconda categoria. Il cambiamento di status, ha prodotto notevoli ricadute, sul fronte dei servizi. Abbandonata definitivamente, da parte dell’assessorato ai servizi sociali, un’ ipotesi di gestione delle strutture tollerate, rimangono attivi percorsi di carattere educativo, ancora sostenuti dal relativo assessorato di De Palo. E rimase attiva, nell’area, Arci Solidarietà, con un progetto di scolarizzazione, rivolto ai minori.

“Parliamo di circa 150 persone che ne usufruiscono, solo a Tor de’ Cenci. I bambini ed i ragazzi fino ai sedici anni, vengono quotidianamente accompagnati dai nostri operatori, ma anche dai loro genitori, nelle scuole del quartiere – dichiara Mariangela de Blasi, dirigente di Arci Solidarietà –
Il progetto di gestione dei Villaggi attrezzati, implicherebbe il riconoscimento di uno status che, ad oggi, Tor de’ Cenci non ha più. E chiamerebbe in causa l’Assessorato ai Servizi Sociali che, al contrario, spinge, con Sveva Belviso, per uno spostamento dei nomadi in altra sede”.

Il tema di uno spostamento, sembra tornare con forza. L’ipotesi principale è quella di un trasferimento dei Rom di Tor de’ Cenci nella struttura di La Barbuta, “un campo dove sono già confluiti i nomadi sgomberati da Casilino 900 e La Martora – precisa De Blasi – un luogo attrezzato per 500 persone, del tutto insufficiente a soddisfare l’arrivo di altri nomadi”.

Una scelta, quella del trasferimento, che piace però al Comitato di Quartiere. “La tragedia della morte del piccolo George ripropone con tutta evidenza l’esigenza di chiudere una volta per tutte ‘l’insediamento tollerato’ di Tor de Cenci e consegnare a condizioni decenti gli occupanti – fa presente Massimo Tesei, vice presidente del Cdq Tor de’ Cenci- Spianceto – in questo modo sarà finalmente possibile rasserenare gli abitanti del quartiere che da anni si battono contro il vergognoso degrado del territorio che questo insediamento rappresenta.

Il livello di “tolleranza” non è misurabile. Sicuramente, un indicatore che ne dia traccia, non è difficile individuarlo nella azioni con cui, gli abitanti delle aree limitrofe al campo, si stanno muovendo. Il Cdq è da qualche settimana impegnato, ricorda sempre Tesei in una “raccolta di firme avviata per inoltrare una petizione che ponga fine ai roghi di pneumatici che quasi tutte le notti vengono posti in essere nel campo, avvelenando l’aria ed i polmoni dei cittadini residenti”. Come dire, si respira un’aria densa, nel quartiere, e non soltanto per gli odori saturi causati da copertoni bruciati.
Una cosa è certa: poichè ” la situazione del campo è peggiorata di molto e sono aumentati i motivi di pericolo sia per gli stessi nomadi che ci vivono che per gli abitanti dei quartieri circostanti- ammonisce Fabio Ecca -è ora di affrontare seriamente il tema dell’integrazione e della sicurezza dei campi nomadi e di abbandonare le facili promesse che hanno finora contraddistinto la giunta Alemanno”.

Un auspicio, quello di investire su integrazione e sicurezza, che crea un binomio irrinunciabile. Poiché, l’assenza di uno, non può che pregiudicare, l’esistenza dell’altro.

Fabio Grilli