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Il Caso Nortel. Sviluppi e scenari. I lavoratori attendono

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Abbiamo intervistato il loro portavoce per chiarire la situazione.
I lavoratori della Nortel, dopo la puntata di Annozero, sono diventati un emblema della crisi.

Le foto dei loro bimbi, gli scioperi della fame, la pacatezza dei toni attraverso i quali, ormai quotidianamente, espongono la difficile situazione nella quale versano. lasciano pesanti interrogativi. Siamo andati a cercare di sviscerarne alcuni, intervistando il loro portavoce, Enzo Nardese.

 


Il caso Nortel può costituire un precedente pericoloso in Italia nell’ambito di un  procedimento di CREDIT PROTECTION?

Per come si è andata a configurare la vicenda, può rappresentare effettivamente un precedente pericoloso. Qualsiasi multinazionale, grazie ad una legge inglese applicabile in Italia in virtù di un trattato, il Comi, può aprire uno stato di crisi generalizzato. Anche in paesi le cui filiali non abbiano registrano perdite. Il nostro caso si inscrive in questa cornice. È un esempio di Administration avviata su territorio inglese e poi estesa a tutte le filiali dei paesi comunitari. La conseguenza è che questo consente sia di non giustificare un licenziamento collettivo e sia di non riconoscerci il TFR.
Credo che questo possa aprire una falla per andare ad attaccare tanti altri diritti sanciti dal nostro Statuto dei Lavoratori.

Il giudice del tribunale del lavoro di Milano ha richiesto, il 13 ottobre, di riaprire il confronto. Ernst&Young ha recepito l’istanza al punto tale da ritirare i 38 licenziamenti collettivi. Cos’ha determinato questa repentina marcia indietro ?

Diversi fattori. Le nostre iniziative e la pressione che siamo riuscire a creare attraverso l’attenzione mediatico-politica. Il ricorso presentato dalle organizzazioni sindacali in base all’ ART 28 dello Statuto dei Lavoratori, per condotta antisindacale. E poi il giudice che ha fatto comprendere ai rappresentanti di Ernst&Young che stavano ragionando con una mentalità inglese, senza riuscire ad interpretare bene la difficile realtà italiana. In concreto ha lasciato intendere che ci fossero gli estremi per l’accoglimento di questo ricorso. Con il conseguente annullamento della procedura ed il reintegro di tutti quanti i lavoratori. Profilando uno scenario che sarebbe stato ancora più complicato per l’azienda che immagino abbia ritenuto opportuno ritornare sui propri passi e vedere se c’erano margini di trattativa prima di andare ad un giudizio che sarebbe potuto risultare estremamente sfavorevole. Questa è la nostra impressione.

Ottenuta la revoca dei 38 lavoratori licenziati,  gli 80 dipendenti italiani della Nortel cosa chiedono?

Si è aperta una nuova finestra che ci consente di affrontare la questione Nortel nella sua interezza.
Due divisioni sono già state vendute. Per altre due è prevista la stessa sorte agli inizi di novembre.
Tutte queste vendite aprono scenari che riguarderanno le persone in esubero. Vale a dire che ci sono lavoratori che si occupano di amministrazione, piuttosto che di finanzia e controllo, che non saranno con tutta probabilità trasferiti alle aziende acquirenti. Vogliamo interessarcene. E vorremmo discutere del piano industriale di Nortel, che sinora è sempre rimasto in ombra rispetto ad un discorso preponderante di carattere finanziario.

Quando avete avviato le vostre iniziative vi aspettavate una tale cassa di risonanza mediatica? Secondo te, considerando vari aspetti, dalla classe politica alle forze sindacali, senza tralasciare l’aspetto dell’informazione, cos’è che ha sparigliato le carte perchè se ne venisse a parlare e si tornasse indietro?

Per la tipologia di lavoratori che siamo, non ci richiamiamo ad una tradizione di lotta operaia.  Abbiamo fatto leva sulle nostre competenze, nel campo della comunicazione come nel marketing strategico. Ma non ci aspettavamo nulla. Di fondo eravamo interessati a forme di lotta che non comportassero denunce per i lavoratori. Ma eravamo anche coscienti che numericamente, rispetto alle cifre di questa crisi, rappresentiamo un piccolo caso, anche trascurabile.
Fatte queste considerazioni abbiamo deciso di iniziare la nostra protesta, di esporre le foto dei nostri  bambini, come anche cominciare lo sciopero della fame, a fronte dei licenziamenti in blocco ed alla trasformazione del TFR in un credito differito. Era un modo per mostrare ad  Enrst&Young che eravamo persone, con famiglie. E non banche o fornitori.
Tutto ciò che è venuto è stato una catena che si è autoalimentata. Anche se in questa fase non so dirti quanto di quello che abbiamo fatto abbia influenzato.

Il 3 novembre è prevista un’altra udienza presso il Tribunale del Lavoro di Milano. Cosa ti aspetti che cambi in questi dieci giorni?

La situazione è veramente complicata, sia per noi che per l’azienda. È probabile che si sia andata ad infilare in una direzione un po’scomoda. Anche le istituzioni, i ministeri, nelle varie tappe percorse, stanno cercando di ricondurre E&Y entro le pratiche italiane di gestione della crisi.
Fino a poco tempo fa l’azienda aveva sempre rifiutato questo confronto. Adesso che le è stato palesato il sistema legislativo italiano, speriamo si senta indotta a  protendere verso un percorso più condiviso, più soddisfacente per tutti. È chiaro che l’azienda ha le sue difficoltà. Ma le crisi si possono affrontare in modi differenti. Occorre fare uno sforzo da parte di tutti affinché più lavoratori possibile passino nelle aziende acquirenti. Crediamo che si possa fare introducendo un elemento politico, che funga da leva sia per  gli acquirenti che, dopotutto, hanno contratti con le pubbliche amministrazioni. E sia per realizzare un discorso di Cassa Integrazione che, rimandando i licenziamenti, sgravi l’azienda dei costi. Secondo noi c’è una soluzione e sta in questi percorsi da seguire.
In Inghilterra per le aziende è più facile. I nostri colleghi inglesi della Nortel, quando sono stati licenziati, sono stati convocati in una stanza e lì si è comunicato loro che nel giro di 3 ore avrebbero perso il posto di lavoro. E’ questo lo scenario cui sono abituati pertanto, paradossalmente, è possibile che l’azienda, che ha cominciato il procedimento di Credit Protection all’estero, non conosca la cornice che regola i rapporti di lavoro in Italia. Stiamo cercando di farglielo capire con i sindacati, la classe politica, i media. Vediamo se ci riusciremo.

Fabio Grilli
Urloweb.com