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Malaconnection di scena al Rising Love

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La Fabbrica di Nichi lo scorso lunedì ha affrontato i nuovi nodi della criminalità organizzata
Piramide.“Quando una famiglia che viene da  Cosoleto, un paesino dell’Aspromonte con 940 abitanti, fino a pochi decenni fa popolato per metà da contadini e per l’altra metà da pastori, arriva a Roma ed attraverso un percorso fatto di narcotraffico e sequestri, approdando nella capitale, riesce ad accaparrarsi i migliori locali, come il Cafè de Paris, oggi in amministrazione giudiziaria, quando questo avviene, diventa inevitabile fare delle considerazioni. Ed arrivare alla conclusione che tutto ciò non sia possibile senza il supporto materiale di una classe politica alla deriva. Senza giungere alla comprensione del fatto che oggi, il rapporto tra mafia e politica si sia  invertito. La forza economica della criminalità organizzata garantisce la relazione con la classe politica. Come nel  caso dell’avvocato Mokbel e del senatore Di Girolamo”.
Francesco Forgione, già Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia nell’ultimo governo Prodi, è molto chiaro nella sua esposizione. La puntualità con la quale cita fatti e circostanze, ma soprattutto la profonda capacità d’analisi, che ben si accorda con l’ attuale professione di  docente in  Sociologia dell’Organizzazione Criminale all’Università de L’Aquila, lascia gli astanti in rispettoso silenzio. La spiegazione su come, attraverso la re-immissione nel mercato legale della quasi totalità dei proventi ottenuti dalle organizzazioni criminali, determini un modello di sviluppo. Un modello che non è un freno ma semplicemente la realizzazione di un’altra economia, che dà occupazione  e crea (dis)valori. La capacità di spersonalizzazione, di annullamento identitario che le criminalità organizzate sanno creare ad arte e le risposte, offerte dai programmi di investimento, spesso orientati alla cementificazione. Ed alla costruzione di immensi centri commerciali, dove fornire sicurezza ed identità ad una società massificata e per questo facilmente gestibile. L’insieme di queste argomentazioni fa si che, ad ascoltare Forgione, si abbia la sensazione di un pubblico catturato da un rapimento catartico, e per questo disposto all’ascolto per un tempo infinito.
Ma il merito non è soltanto di Forgione e della sua capacità di rappresentazione sociologica. La presenza delle tante associazioni che si distinguono per il loro impegno contro le mafie, da Libera alle Agende Rosse, passando per DaSud, convenute in questa serata organizzata dalla Fabbrica di Nichi, rende il compito facile ai relatori. E così i vari contributi messi in scaletta, ben gestiti dal giornalista  siciliano Lorenzo Misuraca, per l’occasione nel ruolo di moderatore, danno un ritmo piacevole ad un’iniziativa dal grosso impatto sociale.
Alla quale prende parte, oltre al regista ed agli sceneggiatori del film “Una vita tranquilla”, anche
l’imprenditore agrigentino Ignazio Cutrò.
Il suo contributo, in apertura, consente di entrare immediatamente nel vivo dell’iniziativa. La Malaconnection, quegli intrecci e legami tra mafie e vita che rendono l’esistenza di un uomo, in una piccola realtà come quella di Bivona, un calvario. In completo isolamento da oltre 11 anni, Cutrò vive insieme ad una famiglia soggiogata dal terrore,  una condizione economica rovinata dal non aver accettato compromessi. “Il mio motto”, annuncia subito Cutrò, “è questo: meglio vivere all’impiedi che passare una vita in ginocchio”. Un mantra che gli costa caro e che lo rende solo, al punto da fargli riconoscere come “ogni tanto, quando mi perdo d’animo, ho bisogno di una dose di coraggio. E quella dose siete voi”.
“La vicenda di Cutrò”  ha riconosciuto il pm di Sciacca Salvatore Vella, in un’intervista di qualche settimana fa al Fatto Quotidiano, “la pagheremo per almeno vent’anni. Quando tra un paio di generazioni qualche imprenditore vorrà denunciare la mafia gli ricorderanno la vicenda di quella che oramai è una sconfitta dello Stato. Ovvero la triste storia di Ignazio Cutrò”. Ad oggi, l’imprenditore agrigentino, che ha denunciato i suoi aguzzini sin dal 1999 e che è divenuto un’icona della lotta al racket, non gode più della sospensione prefettizia per il pagamento dei propri debiti. In questi casi, mancando il supporto economico, si  entra in un circuito doppiamente penalizzante. A fianco dell’isolamento sociale, subentra il dissesto finanziario e la possibilità, in assenza di banche che ti riconoscono un credito, di cadere vittima di usura.
Un chiaro esempio di come, un cattivo legame tra affari e criminalità, sostanzi, appunto, una MalaConnetion. Una serata da ripetere quella dello scorso lunedì al Rising Love. Espressione di quell’altro network, di una  rete sana, fatta di associazionismo e di buone pratiche.  Per cominciare a sciogliere quei nodi perversi. Più in fretta possibile.

Fabio Grilli