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Presentata la ricerca della Consulta Femminile del Municipio XI sulle disparita’ di genere nella professione forense

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Pubblichiamo gli esiti del lavoro presentato il 13 luglio in occasione di un incontro al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma
Con la ricerca “Le disparità di genere nella professione forense”, la Consulta Femminile del Municipio Roma XI ha inteso affrontare i temi cruciali delle disuguaglianze di genere in un particolare segmento del mercato del lavoro che raramente viene indagato.
Prima di passare alla dettagliata descrizione dell’indagine, che è stata coordinata dalla Signora Anna Medina, è tuttavia necessario fare una premessa sulla composizione della popolazione femminile nel territorio del Municipio XI.
Le donne residenti nel nostro Municipio sono circa 80.000 e si possono suddividere in tre gruppi di età: 16.406 sono le donne sotto i 30 anni; 36.412 le donne fra i 30 e i 64 anni e 20.047 le donne oltre i 65 anni di età.
Un territorio decisamente rosa!
Con riferimento allo stato civile, la presenza maggiore è costituita da donne coniugate (43,3% totali) seguita da donne nubili (39,1%). Il peso delle donne vedove, pari al 13,6%, supera la quota media dell’intero Comune di Roma.
In conclusione, nel nostro Municipio le donne rappresentano il 4,8% delle residenti del Comune di Roma.
Ma veniamo all’indagine sulla disparità di genere fra le donne avvocato.
Nel luglio 2010, la Consulta Femminile inizia i lavori della sua ricerca.
Il primo passo è stato quello di individuare, per corrispondenza di codice postale dello studio professionale, quante sono le professioniste che sul territorio dell’undicesimo Municipio esercitano la loro professione. E subito emerge un primo dato: 350 donne iscritte all’albo dell’Ordine degli Avvocati di Roma, pari al 42% dell’universo degli avvocati romani, svolge la professione sul nostro territorio.
A questo punto, è stato recapitato via posta elettronica, sia personale che certificata (PEC), il questionario, articolato in 4 sezioni a tema ed in una quinta per libere considerazioni, nonché per i dati anagrafici dell’intervistata.
I campi di indagine erano relativi all’esercizio della libera professione, alla conciliazione lavoro – famiglia, alla discriminazione ed al rapporto con il territorio in termini di soddisfazione per i servizi offerti.
Con l’invio delle domande abbiamo ottenuto un secondo dato: delle 350 donne iscritte all’albo, solo 260 appartiene all’universo attivo che nel Municipio XI effettivamente esercita la professione.
A fine settembre 2010 sono stati elaborati i risultati dei questionari compilati, dai quali abbiamo dedotto quanto segue.
Un quarto delle donne appartiene alla fascia d’età intermedia (40/44 anni), poco meno di un terzo alla fascia giovanile (24/34 anni) ed un quinto supera i 45 anni di età. 
Il 44% delle nostre professioniste è nubile, il 40% è coniugata e nessuna è vedova. Oltre un terzo ha figli, divisi nelle due fasce sotto i tre anni e sopra i dieci anni. Soltanto il 36%, invece, non ha prole. In prevalenza esse vivono con il marito o con un partner, caratterizzando anche le donne nubili, poiché la percentuale delle conviventi giunge al 45% del campione. Solo un 14% vive da sola ed un 13% con i genitori.
In ordine alle materie trattate, il 72% è civilista, il 19% è penalista e un 4% amministrativista. In soli 9 casi si esercita la professione contemporaneamente in due campi e in sole due ipotesi l’impegno è rivolto a tutti e tre i campi. In misura inferiore l’impegno si riversa anche in ambito giuslavorista, previdenziale, nell’infortunistica e nel diritto proprietario, con percentuali analoghe tra le diverse materie (28%).
Purtroppo, non sempre sono le professioniste a scegliere il ramo in cui specializzarsi ma è la clientela stessa che vede la donna avvocato meglio inquadrata in una materia piuttosto che in un’altra. Così, la prima discriminazione viene proprio dal cliente stesso che considera la donna avvocato più come una mamma consigliera che come un professionista, e le affida tutto ciò che riguarda il diritto di famiglia e i minori. I nostri campioni non si distinguono, quindi, da quella che è la media nazionale.
E proprio sul tipo di clientela emergono altri dati interessanti in ordine alla discriminazione. Consistente è la quota di donne che dichiara di avere una clientela prevalentemente costituita da privati (87%), mentre poco più di un terzo (36%) difende società e solo un 6% ricopre anche incarichi giudiziari o annovera tra i suoi clienti gli enti pubblici.
La gran parte delle intervistate è titolare di uno studio professionale (42%), un quarto collabora presso uno studio altrui e un 21% svolge la propria attività in una struttura condivisa. Nell’83% dei casi non ci sono altri componenti familiari nello studio in cui si esercita la professione.
I 2/3 delle donne avvocato ha dichiarato, inoltre, di aver avuto difficoltà nell’avvio della professione legata alla ricerca della clientela; oltre un terzo ha avuto problemi nel trovare il giusto capitale e il 31% denuncia di aver avvertito un forte ostacolo dovuto allo stereotipo maschile.
I questionari ci hanno rivelato, poi, che la maggioranza delle professioniste dedica quotidianamente al lavoro dalle 8 alle 10 ore giornaliere ed il restante 40% dedica, per più di tre ore al dì, il suo tempo alle incombenze familiari. Tutto ciò incide in maniera negativa nelle scelte personali (solo 1/3 dichiara di non essere stata condizionata dalla vita professionale).
Nel 68% dei casi le nostre legali hanno dovuto rinunciare o procrastinare la decisione della prima maternità; nel 45% dei casi la pratica forense ha portato alla rinuncia o al ritardo nel matrimonio e nel 16% ha determinato la negazione o il rinvio di un’altra maternità. La fascia di età che è risultata più condizionata va dai 35 ai 45 anni.
Purtroppo, non meno significativi sono stati i casi in cui ci hanno segnalato l’abbandono della professione.
Ben oltre la maggioranza (60%) denuncia di aver subito una discriminazione in ambito professionale, autore della quale è spesso il cliente che predilige il collega maschio. Nella metà dei casi l’autore della discriminazione è stato un collega uomo, attraverso un trattamento disuguale sia in fase di ingresso sia nella selezione professionale, sia in riferimento alla remunerazione della prestazione fornita. Più rari sono i casi in cui è stato il magistrato ad operare una discriminazione in ordine ai tempi di liquidazione degli onorari per il gratuito patrocinio o sulla mancata concessione del rinvio dell’udienza in caso di gravidanza. In tutti questi casi, la reazione è stata quella di esprimere disappunto o cambiare lo studio professionale. Solo il 21% non ha preso provvedimenti.
Infine, consistente è la disuguaglianza denunciata dai ¾ dei campioni circa la differenza di guadagno rispetto ai colleghi maschi. Tra le giustificazioni addotte in quasi 2/3 dei casi (62,9%) viene segnalato il fattore tempo, di cui gli uomini dispongono in misura maggiore.
Per quanto riguarda la domanda sul grado di soddisfazione delle infrastrutture territoriali, la maggioranza lamenta l’assenza di strutture di supporto in grado di alleviare il carico di responsabilità che grava su ciascuna di esse. Al di là dei casi di professioniste senza figli che non fruisce, pertanto, delle scuole presenti, oltre un terzo delle donne non gode degli impianti sportivi per la mancanza di tempo.
Con riferimento al grado di soddisfazione, la quota maggiore è stata registrata nei confronti delle aree verdi attrezzate. Per il trasporto pubblico si registrano due orientamenti paritari fra le soddisfatte e le insoddisfatte.
I servizi che ricevono il minor grado di soddisfazione sono la raccolta dei rifiuti con un 62% di insoddisfatte, seguiti dal controllo della viabilità e dai parcheggi con il 59%.
Per concludere, il minor livello di insoddisfazione si rileva sulla sicurezza urbana (57%): le nostre donne avvocato si ritengono sufficientemente protette.
Il lavoro svolto dalle componenti della Consulta Femminile sarà di certo utile al nostro Municipio nella gestione delle iniziative volte a sostenere il ruolo delle donne nella vita professionale e privata e a contrastare quei fenomeni che penalizzano il genere femminile relegandolo a ruoli subordinati, privandolo del diritto ad una vita professionale o, addirittura, sottomettendone il diritto al lavoro alle esigenze familiari. Tutti aspetti per i quali la Consulta Femminile si batte ogni giorno.