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Sanita’: Cto e Santa Lucia, qualche spiraglio tra le nubi

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Prosegue la difficile attuazione del Piano di Rientro tra proteste degli amministratori e dei cittadini: decisivi i tribunali

MUNICIPIO XI – Dai 100 posti-letto inizialmente annunciati ai 70 passando per la chiusura del reparto di Breve Osservazione e del Pronto Soccorso Medico, da convertire in Pronto Soccorso Ortopedico. Questa la storia degli ultimi mesi del Cto Alesini, segnata anche dalle proteste che hanno visto in un fronte comune il Municipio XI, i sindacati, gli infermieri e anche i medici ma soprattutto i cittadini. Un fatto è certo: la chiusura ha incrementato esponenzialmente il flusso delle emergenze verso gli altri poli ospedalieri romani, più o meno vicini. Parliamo del S. Camillo, del S. Giovanni e in particolare del S. Eugenio, il più vicino e il più colpito da un sovraffollamento che non sempre si riesce a gestire e che sistematicamente produce attese lunghissime e disservizi. Sul caso sono arrivati i pareri dei politici, specie in occasione delle manifestazioni. Il Presidente del XI Municipio Andrea Catarci (Sel), attivo promotore delle proteste, ha apostrofato il Piano di Rientro dal deficit sanitario elaborato da Renata Polverini in questi termini: “un massacro sociale, che mina alla base il diritto alla salute della popolazione”. Ha poi richiamato gli amministratori locali di tutto il Lazio a unirsi “per testimoniare le tragiche conseguenze del Piano sul tessuto sociale” ribadendo la ferma volontà di un confronto diretto con il Presidente della Regione nonché Commissario per la Sanità. Immediata è giunta la risposta di Chiara Colosimo (Pdl), la giovane Consigliera regionale ha definito Catarci “sbadato” e ha calcato la mano sulle scelte prese dalla giunta regionale precedente, difendendo l’operato attuale: “Le scelte non sono state fatte per una presa di posizione ma sono conseguenza dei lunghi anni di mala gestione della Sanità della nostra regione. Ricordo i gravosi danni causati da Marrazzo al sistema sanitario, anche poco prima di dimettersi”. Colosimo ha poi fatto appello al realismo aggiungendo: “Sicuramente vigileremo sull’efficienza del Cto e sulla sua capacità di dare risposte concrete al territorio dopo questa rimodulazione e, se il risultato fosse negativo, presenteremo delle alternative credibili”. Tra i sindacati prosegue lo stato d’allarme e la battaglia è sul Pronto Soccorso, su cui pesa un’anomalia evidente. Infatti la chiusura è un dato vero solo in parte. Prova ne è l’episodio “giuridico” che ha visto protagonista la Fials, altro sindacato attivo nella difesa dei lavoratori della Sanità, che ha deciso di ricorrere alle vie legali, chiamando l’Amministrazione dell’ospedale a rispondere davanti al giudice della sezione Lavoro del Tribunale di Roma. Proprio in quella occasione, che risale al febbraio scorso, l’Asl RmC aveva dichiarato di non aver “mai chiuso nella sua interezza il servizio di Pronto Soccorso ai cittadini che vi si recano con mezzi propri. La disposizione riguarda solo le ambulanze del 118 che invece sono state invitate, fatte salve le persone traumatizzate, a trasportare gli infermi presso altri ospedali”. Insomma il Pronto Soccorso Medico Chirurgico del Cto resta operante ma si può sperare di usufruirne solo se si ha un’auto con cui raggiungerlo, perché le ambulanze a disposizione sono predisposte esclusivamente per i pazienti con traumi e fratture, mentre le altre sono destinate agli altri nosocomi. Una situazione paradossale che di fatto però, anche a seguito di una scarsa informazione rivolta ai cittadini, ha generato una sperequazione evidente: a fronte delle code e delle attese estenuanti del Sant’Eugenio, lo scenario desertico del Pronto Soccorso del Cto. Sempre dal Pdl, da un rappresentante municipale, il Consigliere Maurizio Buonincontro, arriva un’altra precisazione: “È opportuno ribadire che i tanto contestati tagli sono stati decisi nel 2009 da Marrazzo. Il suo Decreto stabiliva la riduzione dell’ospedale Cto alla sola funzione ortopedica e la totale chiusura del Pronto Soccorso, determinando le attuali condizioni di sovraccarico che gravano su alcune strutture ospedaliere. La Polverini ha modificato e integrato l’offerta prevista dal piano Marrazzo, riducendo sensibilmente il taglio dei posti letto previsti, recuperando il Pronto Soccorso Ortopedico e assicurando l’allestimento di un apposito Presidio Territoriale di Prossimità (PTP) presso il CTO e  il S. Eugenio”. A proposito dei Ptp Buonincontro sottolinea l’interesse prioritario che hanno nell’attività politica del Pdl e chiarisce: “svolgeranno l’importante funzione di assistenza primaria, garantendo una pluralità di servizi socio-sanitari ulteriori rispetto a quelli ospedalieri. Oltre al Primo soccorso e 118, il Ptp del Cto avrà 15 nuovi posti-letto di degenza , la specialistica ambulatoriale, le attività diagnostiche di base. Si potranno inoltre prevedere anche altre attività quali day hospital per sopperire, in parte, alla perdita della Breve Osservazione e ancora assistenza domiciliare integrata, centro diurno per anziani fragili e Residenza Sanitaria Assistita”.
Spostandosi di qualche chilometro l’emergenza resta alta. Parliamo del S. Lucia, l’istituto di ricovero e cura a carattere scientifico che si occupa di neuroriabilitazione e che è investito dal Piano di Rientro in termini non di tagli di posti-letto ma di vincolo che a questi viene imposto. Sul Santa Lucia, ente di diritto pubblico senza fini di lucro e che svolge attività sanitaria direttamente finanziata dalla Regione, già pesa un debito pregresso di circa 60 milioni, accumulato dal 2005 a oggi a causa del mancato adeguamento delle tariffe per il rimborso degli interventi di alta specialità, come sono quelli su pazienti in cura: postcomatosi, colpiti da ictus grave, cerebrolesi, con malattie degenerative o sindromi genetiche e altri ancora. Rispetto all’attività complessiva il rimborso della Regione corrisponde al 60% e quindi, come conseguenza naturale, si è accumulato un debito di anno in anno che ha portato Polverini, prima a disporre il taglio di 145 posti-letto sui 325 totali, provvedimento che è rientrato grazie a una sentenza del Tar che ne sanciva l’inattuabilità, e ora attraverso il riconoscimento di solo 160 posti-letto come alta specialità, quando in effetti tutta la struttura e tutti i servizi offerti sono predisposti con queste caratteristiche. Uno scenario del genere presagisce altri aggravi nel bilancio dell’Istituto e per questo è partita la protesta di dipendenti (che in tutto sono 659) e pazienti, arrivati fino alla Regione per reclamare i propri diritti. Una protesta che ha segnato l’inizio di consultazioni tra la dirigenza della struttura e Polverini nell’ottica di un accordo comune sul futuro. Mentre scriviamo è in corso il secondo incontro e gli esiti sono ancora incerti. Bisognerà attendere. Nel frattempo dal Santa Lucia arrivano precisazioni che valgono a sottolineare l’importanza e l’efficacia dell’attività svolta, dalla cura alla ricerca (150 ricercatori) allo studio (sono ospitati i corsi di Infermierista dell’Università di Tor Vergata e la Scuola di Specializzazione in Neuropsicolgia de La Sapienza) fino allo sport, con la squadra di basket che è uno dei vanti del S. Lucia e una risorsa per i pazienti. Forti le critiche ai criteri di valutazione di quest’attività così ampia, criteri che puniscono e minacciano questa realtà a causa dei finanziamenti non calibrati e fermi al 1994. “Secondo la Regione – ci dicono – quei 160 posti dovrebbero essere destinati solo a pazienti post-comatosi, garantendo gli standard di alta specialità solo per questa patologia. E gli ictus, le tetraplegie, le menomazioni agli arti e tutte le altre patologie importanti? Non si può non considerarle di alta specialità, non si può credere di trattarle con bassa specializzazione”. Arrivano a dire: “Andrebbe bene anche tagliare venti posti-letto ma bisogna assicurare gli standard di alta specialità”.

Stefano Cangiano