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“Chiudere il CIE di Ponte Galeria”

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Mozione in Regione: si ragiona sull’utilità di queste strutture e sulle condizioni degli ‘ospiti’

 Tratto da Urlo 114, aprile 2014

Negli ultimi tempi è cresciuta l’attenzione sui Centri di Identificazione ed Espulsione, ovvero quelle strutture finalizzate ad identificare i migranti senza permesso di soggiorno per poi espellerli dall’Italia. La massima concentrazione mediatica si è avuta lo scorso inverno quando, a dicembre e gennaio, un gruppo di migranti detenuti nel Cie di Ponte Galeria ha deciso di cucirsi la bocca: un gesto finalizzato ad attirare la stampa nazionale e che dimostra l’estremo malessere fisico e spirituale che colpisce gli ‘ospiti’ del Centro.

Lo scorso 28 marzo, nella sala Tevere della Regione Lazio, si è tenuta la conferenza “Cie: le ragioni di una mozione, i doveri di un’istituzione”. Un’occasione per discutere del tema partendo dalla mozione che la Vicecapogruppo della lista “Per il Lazio”, Marta Bonafoni, ha presentato nei giorni scorsi, atto che è stato firmato da tutti i capigruppo della maggioranza e del M5S.
Un’altra mozione volta alla chiusura del CIE di Ponte Galeria, questa volta a livello comunale, è stata approvata il 25 febbraio in assemblea capitolina, presentata dal Capogruppo di Sel, Gianluca Peciola. Due passi istituzionali importanti ma che, è bene ricordarlo, possono solo essere considerate delle pressioni nei confronti del Governo, un invito chiaro a prendere di petto il problema, visto che la competenza dei CIE è del Ministero dell’Interno.

“La mozione nasce all’indomani della protesta delle bocche cucite – spiega la Bonafoni – Quello che chiediamo è, per prima cosa, una pressione nei confronti del Governo affinché prenda una posizione definita. In secondo luogo, valutare la sostenibilità di questa struttura sotto ogni punto di vista per chiederne la chiusura e, poiché realisticamente queste due richieste hanno tempi lunghi, chiedere immediatamente un monitoraggio ed un controllo affinché si eviti che si arrivi di nuovo a quelle drammatiche proteste”.

Il Consigliere regionale Fabrizio Santori risponde parlando di una “contromozione” che egli ha già preparato e che ha intenzione di presentare a breve: “Sono clandestini e la legge parla chiaro: devono essere riportati nei loro paesi d’origine. Sono d’accordo sul fatto che bisogna monitorare le loro condizioni, ma da qui a trattarli come ospiti quando ci sono tanti cittadini che non sono neanche assistiti dallo Stato o dal Comune mi sembra esagerato. Queste persone, durante la loro attesa nei Cie, hanno un’assistenza, un pacchetto di sigarette al giorno, un’infermeria, pranzo, cena e colazione. Sono trattati a discreti livelli. Io personalmente quando ero Presidente della Commissione Sicurezza sono entrato nel Cie di Ponte Galeria e le condizioni erano buone. La sinistra continua ad avere questa visione dell’aprire le porte a tutti rendendo questo paese schiavo di un sistema che non controlla l’immigrazione – continua Santori – in questo modo si incrementa il razzismo, perché i cittadini italiani si sentono cittadini di serie B e se la prendono con lo straniero: diventa una guerra tra poveri”.

Il giorno della conferenza era presente, oltre agli esponenti di associazioni come “A Buon Diritto”, “Be Free”, “LasciateCIEntrare” e “Medu”, anche Lassaad, uscito da poco da Ponte Galeria e testimone della protesta delle “Bocche Cucite”. “Sono stato 3 mesi nel Cie – spiega Lassaad – e non mi hanno identificato perché il mio ambasciatore non ha voluto riconoscermi. Mi hanno dato un foglio di via che mi obbliga ad andarmene entro il 2014, ma posso rinnovarlo per un altro anno. Le associazioni che si attivano per contrastare i Cie e le leggi sull’immigrazione seguono, giustamente, delle vie legali e io li ringrazio perché si interessano, mentre altri fanno finta di non vedere. Ma le vie legali sono lunghe e io mi chiedo cosa ci sia da monitorare ancora prima di chiudere queste strutture. Mentre fanno i controlli, quante vite verranno ancora spezzate? Conoscevo quel ragazzo che una volta liberato dal Cie ha dato di matto a viale Marconi colpendo motorini e cassonetti. Ha sbagliato, ma come pretendete di educare uno che è già fuori di testa? Prendete una bestia, rinchiudetela e maltrattatela senza motivo. Poi fatela uscire di punto in bianco. Sarà incattivita e pericolosa”.

Queste tre voci prese in considerazione possono rappresentare le molteplici ideologie che ruotano attorno alla questione dei Centri di Identificazione ed Espulsione: da un lato le istituzione con le loro differenti visioni rispetto ad un problema europeo in cui l’Italia si trova in forte difficoltà. Dall’altro, persone che vivono e hanno vissuto sulla propria pelle l’esperienza di quello che alcuni appellano come un “campo di concentramento”. Una struttura che prevede una detenzione massima di 18 mesi per persone che non hanno commesso un reato penale, bensì amministrativo.

Marco Casciani