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Ponte Galera. Un documentario sul più grande CIE d’Italia

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Un documentario sul CIE Ponte Galeria: viaggio all’interno del Centro di Identificazione ed Espulsione più grande d’Italia

Nell’estate del 2012 ho avuto il piacere di iniziare un progetto che spero possa destare curiosità e interesse in molti. Si tratta di un documentario, completato a maggio del 2013, dal titolo “Ponte Galera”. Un titolo che volutamente storpia il nome della zona periferica di Roma dove sorge il Centro d’Identificazione ed Espulsione più grande d’Italia. 

La ragione per cui questo progetto nacque, fu la campagna LasciateCIEntrare. Organizzata da un manipolo di giornalisti, essa aveva lo scopo di riacquisire il diritto da parte della stampa di poter entrare e documentare ciò che avveniva all’interno di queste strutture. Diritto che era stato negato nell’aprile del 2011 dall’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni. 

Scoprii cosa fossero realmente i Centri di Identificazione ed Espulsione ovvero luoghi di privazione della libertà personale per quei cittadini non provenienti dai paesi dell’Unione Europea, trovati senza possesso di documenti regolari sul nostro territorio e quindi destinati all’espulsione.

Ideati da Livia Turco e Giorgio Napolitano nel 1998 con il nome di Centri di Permanenza Temporanea ed assistenza (CPT), in seguito cambiarono acronimo e durata della detenzione: dagli iniziali 30 giorni si giunse a 18 mesi. Un lasso di tempo durante il quale si dovrebbe risolvere il reato amministrativo, causa del trattenimento, attraverso l’identificazione e l’espulsione dal territorio italiano del migrante irregolare.

Intervistai, quindi, i principali protagonisti della campagna, mi recai davanti al CIE di Ponte Galeria e incontrai dei ragazzi che erano stati dentro tempo prima. Poi feci domanda alla Prefettura di Roma per accedere all’interno della struttura. La campagna LasciateCIEntrare aveva già vinto la sua battaglia, così non fu difficile ottenere il permesso.

Una volta dentro fui accompagnato dal Vice Prefetto Aggiunto Paola Varvazzo e dal direttore dell’Auxilium Giuseppe di Sangiuliano. Riuscii a parlare con donne e uomini trattenuti e ad attraversare le aree principali del centro. Intervistai anche Maurizio Lopalco, direttore sanitario dell’Auxilium.

La difficoltà maggiore nel documentare la questione sui Centri di Identificazione ed Espulsione consiste nel modo in cui farlo, nella scelta del punto di vista: come riuscire a dare un’idea oggettiva dell’intera faccenda?

Un punto di partenza, allora, potrebbe essere quello di prendere in considerazione i numeri: al 1° gennaio scorso risultano circa 1 milione di immigrati irregolari presenti sul territorio italiano. I posti disponibili nei 13 CIE del territorio italiano, in totale sono 1.901. Ne consegue che essere contrari a queste strutture non ha solo una motivazione etica e ideologica, bensì logica: non sono utili a risolvere il problema. Non solo, ma la gestione di questi luoghi è affidata a società che vincono l’appalto attraverso dei bandi, dimostrando di poter gestire il posto con la minima spesa. Tuttavia pare che il Ministero dell’Interno abbia riconfermato il documento programmatico che stanzia 13 milioni per la creazione di nuovi CIE, 13 milioni che potrebbero essere spesi per quelle strutture realmente utili a risolvere il problema degli irregolari.

Particolarmente interessante in questo senso risulta essere il recente “Rapporto” dell’associazione di promozione sociale Lunaria: un monitoraggio dei costi delle politiche volte al contrasto dell’immigrazione irregolare in Italia. Nel testo si legge che “il mantenimento del sistema di detenzione amministrativa svolge una funzione del tutto residuale ai fini di un efficace contrasto dell’immigrazione irregolare, mentre espone i migranti a gravi violazioni dei diritti umani fondamentali che non sono accettabili in uno Stato di diritto”. Lo studio sottolinea anche come i costi minimi sicuramente riconducibili al sistema di detenzione amministrativa nei CIE sono di almeno 55 milioni di euro l’anno, ma, su 169.126 persone “transitate” nei centri tra il 1998 e il 2012, sono state soltanto 78.081 (il 46,2% del totale) quelle effettivamente rimpatriate.

Tecnicamente non si tratta di un carcere, ma complessivamente lo ricorda in tutto e per tutto: gabbie come allo zoo, campi da calcio e da pallavolo, uomini e donne divise, la mensa, la biblioteca, la parruccheria, l’infermeria, l’area per ricevere le visite.
D’altronde lo stesso direttore Di Sangiuliano mi ha confermato come la maggior parte degli uomini “ospiti” sono ex carcerati che conoscono benissimo il codice penale italiano. Altro bug del sistema: se hanno passato del tempo in carcere, perché non sono stati identificati? Perché dopo aver commesso un reato penale si deve scontare una pena uguale (la prigionia) per un reato amministrativo?

Il problema dell’immigrazione in Italia, ovviamente, è una questione che riguarda l’Europa intera. Lampedusa è la porta per gli immigrati al resto del continente: ad Amburgo, in Agosto, ad esempio, fu particolarmente sentita dai cittadini la manifestazione “Lampedusa in Hamburg”.

Ultimamente ha fatto tanto parlare la vittoria del documentario Sacro Gra, di Gianfranco Rosi, al festival di Venezia, unico genere cinematografico in cui pare che noi italiani attualmente riusciamo a esprimerci bene. La verità è che il documentario è un modo di fare cinema bellissimo e particolare: non si deve per forza avere un budget elevato e, con poche spese, si riesce a creare prodotti di grande spessore. Il documentario unisce il giornalismo, l’inchiesta, il reportage con tutto l’aspetto cinematografico, informando, raccontando storie vere e ponendo quesiti senza fermarsi solo all’intrattenimento. Ponte Galera è un prodotto low budget, autofinanziato e in fase di distribuzione. Partito come un esperimento, è poi diventato qualcosa di più serio con la speranza che in futuro possa essere utile a cambiare lo stato delle cose attuale.

Marco Casciani