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Toponomastica: continua il gioco delle parti, anzi, delle vie

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A Roma negli ultimi mesi si è parlato spesso della Commissione Toponomastica e della possibilità di nuove intitolazioni di vie e piazze a personaggi più o meno discutibili.

Ieri, in occasione della presentazione di un libro, è arrivata la dichiarazione del Presidente della Commissione Toponomastica, Federico Mollicone, di voler eliminare dalla Capitale ‘via’ e ‘largo Lenin’. “Abbiamo pensato di aprire la discussione per capire come si può riparare ai due toponimi intitolati a un tiranno – dice Mollicone – vorrei intitolare questi due toponimi ai martiri del comunismo. Un’idea che non formalizzerò fino a quando non ci sarà condivisione e fino a quando non sarà chiaro che non ci sono problemi”. Come i lettori sicuramente ricorderanno qualche mese fa ci occupammo della Mozione del Municipio XII sull’intitolazione di una Via a Giorgio Almirante, ex esponente del partito fascista e segretario del Movimento Sociale Italiano a partire dal 1946. Anche questa richiesta è passata per la Commissione Toponomastica e, ad oggi, attende una risposta. Quella che si profila è quindi la possibilità di intitolare una via ad Almirante mentre, allo stesso tempo, si elimina ogni riferimento a Lenin. “In sede di discussione in commissione – continua Mollicone – porteremo tutti i documenti e gli studi che accertano il fatto che Lenin abbia agito come prodromo dello stalinismo con fucilazioni e espropri proletari, come un tiranno”. Viene da chiedersi quali prove sconvolgenti intendono presentare in commissione, magari un libro di storia? Un qualsiasi saggio, che non faccia del facile revisionismo, sarebbe adatto a presentare i lati più oscuri della dittatura comunista. Ma quello che ci chiediamo è come possano convivere questi alti propositi di giustizia e democrazia, con la volontà, espressa persino dal nostro Sindaco Gianni Alemanno durante la campagna elettorale del 2008, di intitolare una via ad Almirante. E sempre il Sindaco, in relazione alla volontà di rimuovere via e largo Lenin, dichiara: “Effettivamente una via e un largo Lenin stridono con l’idea di una toponomastica condivisa. Su questo non do giudizi definitivi ma mi auspico che venga fuori un dibattito che dia riferimenti precisi sulle scelte della toponomastica”. Più dura la posizione del Consigliere comunale del Partito Democratico, Dario Nanni: “La revisione toponomastica su base ideologica è una vera sciocchezza. Su queste basi si potrebbe arrivare ad abolire piazzale Napoleone I o via Bonifacio VIII e via di seguito in un infinito processo storico. Poi magari con le amministrazioni successive potremmo ricominciare a rinominare le vie in un contenzioso infinito. Evidentemente questa maggioranza a corto di idee non ha niente di meglio da fare che costruire sciocchezze”. In Spagna al termine della dittatura Franchista, vennero rinominate moltissime strade. Lo stesso venne fatto in Grecia, ma quelle modifiche vennero dettate da una differente aspirazione. La libertà raggiunta trova spesso sfogo nella volontà di fare pace con il passato. Il processo di pacificazione di un popolo, che ha subito decenni di dittatura, può tramutarsi nella volontà di tagliare i ponti con quello che è stato. Roma da sempre convive con vie anacronistiche, se prese in relazione alle nostre vicissitudini attuali e ai nostri impegni internazionali, anche nel campo dei Diritti Umani. Ma questo non comporta, e non ha mai comportato, una rivoluzione della nostra toponomastica. Le nostre strade con i loro nomi spesso altisonanti ricordano, ai più, parti della nostra storia che si sono sedimentate, alcune per orgoglio e altre a monito, nel nostro vivere quotidiano, nel nostro essere cittadini italiani e di Roma. La manipolazione strumentale della toponomastica non è altro che un tentativo, alquanto vano se pensiamo a quanti di noi parlano ancora di Piazza Esedra, di riscrivere la coscienza dei cittadini e la loro percezione di luoghi, fatti e date. Come a voler sfumare verso altri toni la coscienza storica della popolazione. Ogni atto di questo tipo a mio parere è deprecabile, o perlomeno incompleto. Perché allora non eliminare tutti i toponimi che riportano al passato coloniale dell’Italia? Via Libia, Viale Etiopia, Via dell’Amba Aradam: tutti luoghi che nel comune sentire richiamano ‘italiani brava gente’, ma che in realtà, e se serve presenteremo ‘tutti i documenti e gli studi che accertino’, rammenta anche stermini, l’uso di gas, e la sottomissione perpetrata dalla nostra nazione nei confronti delle popolazioni sottoposte al giogo coloniale. Ma ancora, nel nostro quadrante, in un luogo importante che migliaia di persone ogni giorno attraversano, si sta perpetrando un ulteriore crimine toponomastico, per cui però, nessuno si scandalizza. Il capolinea della Metro B, Laurentina, insiste su Piazzale Giulio Douhet: militare italiano che nel 1921 pubblicò ‘Il dominio dell’aria’, teorizzando l’impiego massiccio della guerra aerea. L’idea era quella di colpire in maniera veloce e determinata la nazione nemica per disarmare, anche moralmente, la popolazione: “Basta immaginare ciò che accadrebbe, fra la popolazione civile dei centri abitati, quando si diffondesse la notizia che i centri presi di mira dal nemico vengono completamente distrutti, senza lasciare scampo ad alcuno – scrive Douhet nel suo libro – I bersagli delle offese aeree saranno quindi, in genere, superfici di determinate estensioni sulle quali esistano fabbricati normali, abitazioni, stabilimenti ecc. ed una determinata popolazione – e ancora – in ordine al conseguimento della vittoria, avrà certamente più influenza un bombardamento aereo che costringa a sgombrare qualche città di svariate centinaia di migliaia di abitanti che non una battaglia del tipo delle numerosissime che si combattono durante la grande guerra senza risultati di apprezzabile valore”. Il piazzale intitolato a Douhet non è mai stato esaminato né dall’Amministrazione né dalla commissione Toponomastica, nonostante le sue idee vennero criticate in Italia dallo stesso establishment militare. E ancora, nel piazzale antistante la stazione della Metro c’è addirittura un monumento contro le violenze della guerra, dedicato alle vittime delle Foibe. Ora mi chiedo come possano convivere, in uno Stato che ripudia la guerra, un piazzale dedicato a Douhet e il monumento alle vittime delle Foibe. Una contraddizione, questo è certo, ma è una contraddizione oramai radicata. Presente nel tessuto urbano e nella coscienza dei cittadini romani. Lo stratificarsi, di strade e monumenti, rispecchia in modo oggettivo, l’accumularsi delle pagine della nostra storia. Strapparne una, o inserire una nota a margine su questo libro, non necessariamente indica la volontà di rendere il nostro passato condiviso. Spesso, invece, nasconde altri propositi: tentativi revisionisti e la volontà di modificare la percezione della nostra storia.

Leonardo Mancini